Il 29 marzo 2019, sino a poche settimane fa considerato cruciale esclusivamente in quanto data del definitivo distacco del Regno Unito dall’Unione europea, risulterà una giornata decisiva anche per l’economia internazionale e il settore dell’oro, emblema della ricchezza e bene rifugio strategico tornato negli ultimi mesi sulla cresta dell’onda. 

“Non è chiaro se per scelta o per caso”, scrive Il Sole 24 Ore, “la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, la ‘Banca delle banche centrali’ per il suo ruolo-chiave nel sistema finanziario mondiale, ha fissato infatti per il 29 marzo un appuntamento con la storia: la resurrezione del Gold Standard nel mondo bancario” a quasi mezzo secolo di distanza dalla scelta di annullare la convertibilità diretta dollaro-oro presa dal presidente Richard Nixon nel 1971, che diede origine all’odierna fase della moneta fiat.

Dal 29 marzo l’oro detenuto dalle banche centrali, secondo quanto deciso dalla Bri su iniziativa di Fed, Bce, Bundesbank, Bank of England e Banca di Francia, diventerà cash equivalent, un asset equivalente al denaro contante e quindi “risk free”. “In pratica, l’oro in lingotti ‘fisici’ – quindi non sotto la forma ‘sintetica’ come i certificati – torna ad essere considerato dai regolatori come l’equivalente del dollaro e dell’euro in termini di sicurezza patrimoniale, eliminando così l’obbligo di ponderarne il rischio ai fini dell’assorbimento di capitale, come avviene con ogni altro asset finanziario, esclusi (per ora) i titoli di Stato dell’Eurozona”, prosegue Il Sole. “La svolta non è di poco conto, per il mercato dell’oro e per il ruolo stesso delle riserve auree nazionali. Il risultato è rilevante: con le nuove regole di Basilea 3, viene assegnato all’oro lo stesso status oggi riconosciuto ai Bond sovrani nei bilanci delle banche”.

L’oro si troverà dunque di fronte a uno status di rilevanza mai detenuto nell’ultimo mezzo secolo e rafforzerà il suo ruolo di determinante degli equilibri di potenza economici. La svolta non dispiacerà all’amministrazione Trump, che di recente ha nominato nel board della Fed il noto fautore del gold standard Herman Cain, ma apre a uno scenario connesso all’effettivo controllo sulle riserve auree destinate a essere convertite contabilmente in asset sicuri. La possibilità di sostituire i bond sovrani o bancari con l’oro fisico aumenta la rendita di posizione di Paesi che hanno rimpatriato man mano buona parte delle proprie riserve (la Germania, l’Olanda, l’Austria, la Francia, la Svizzera, il Belgio, la Polonia, la Romania e l’Ungheria) o che negli ultimi anni hanno scatenato la corsa all’acquisto di oro che ha avuto nel 2018 con 640 tonnellate scambiate il suo apice dal 1971 (Cina, Turchia, India, Russia).

Tali nazioni non avranno problemi, in futuro, a fornire oro come collaterale o a offrirlo in caso di aumento notevole dei premi al rischio. Così come la Fed e la Bank of England vedranno rafforzato il loro raggio d’azione. In una fase in cui l’oro sovrano è tornato ad occupare un ruolo chiave per Stati e mercati Fed e BoE hanno espanso il loro controllo sulle riserve straniere. E del resto la segretezza che circonda la gestione delle riserve auree straniere è talmente alta e protetta da aver creato forti sospetti su un loro utilizzo improprio per operazioni di mercato tra le due grandi banche centrali e i loro interlocutori del sistema finanziario: in sintesi, lingotti di altre nazioni verrebbero dati in prestito (a loro insaputa) a banche ed hedge fund, o cartolarizzati in Gold Certificates, dietro l’impegno delle parti a non reclamare mai la proprietà dei lingotti alla scadenza dell’operazione. Tutto deve chiudersi in dollari o sterline.

La Bank of England tiene sotto chiave oltre 200mila lingotti d’oro sovrano di proprietà dei governi di oltre 70 nazioni: 150 tonnellate di oro in tutto, un quantitativo che tuttavia da solo è pareggiato dalla porzione di oro italiano depositato a Londra. Esso, come ricordato dal Giornaleammonta a 141 tonnellate. Cifre da capogiro, ma comunque inferiori al dato statunitense: Fort Knox, nominalmente, dovrebbe ospitare 1060 delle 2452 tonnellate di oro italiano, depositarie di un valore complessivo da 100 miliardi di euro.

L’Italia si trova dunque nella condizione di non poter avere il controllo di circa la metà dei suoi asset auriferi in una fase in cui essi tornano ad acquisire un elevato valore geoeconomico e, al tempo stesso, con la loro evoluzione potrebbero perturbare mercati finanziari come quello bancario, in cui il nostro Paese è più vulnerabile. Avremmo a disposizione un formidabile scudo antispread, come segnalato da Marco Deaglio, se solo potessimo ottimizzare il nostro controllo sull’oro nazionale. Che per un Paese con le quarte riserve al mondo adesso più che mai è di vitale importanza.