Un ceppo del coronavirus Sars-Cov-2 era presente in otto Paesi del mondo ben prima che Wuhan finisse sotto i riflettori per lo scoppio di un’epidemia provocata dallo stesso virus. È questa, in estrema sintesi, la tesi ipotizzata da uno studio realizzato da un team di ricercatori cinesi guidati dal dottor Shen Libing, dello Shanghai Institute for Biological Sciences. Una parte della suddetta ricerca è stata sottoposta a revisione e sarà pubblicata nei prossimi giorni sulla rivista Molecular Phylogenetics and Evolution.

Nel frattempo, un documento correlato allo studio, e intitolato The Early Cryptic Transmission and Evolution of Sars-CoV-2 in Human Hosts, è stato pubblicato su ssrn.com, cioè la piattaforma di preprint di The Lancet. Basandosi sulla ricerca dei vari ceppi del virus forniti da 17 Paesi diversi, gli esperti cinesi sostengono che la prima epidemia, e dunque la prima trasmissione umana, possa essere esplosa nel subcontinente indiano, in India o in Bangladesh.

Stiamo chiaramente parlando di una ipotesi, dal momento che non vi sono certezze di sorta. In ogni caso, la questione fondamentale, come ha sottolineato il South China Morning Post, non è se il Covid-19 sia o meno apparso prima a Wuhan, ma se abbia avuto effettivamente origine nel capoluogo della provincia cinese dello Hubei. Se sul primo punto non ci sono dubbi – la malattia è stata identificata proprio a Wuhan -, sul secondo gli scienziati brancolano nel buio.

Tra dubbi, misteri e propaganda

Risolvere il rebus relativo all’origine del coronavirus non sarà certo un’impresa semplice. E questo per almeno tre ragioni. La prima: la ricerca dell’origine del virus è stata infettata da veleni e propagande. Da una parte le accuse americane ai danni della Cina, con il “virus cinese” più volte sbandierato da Donald Trump durante i suoi comizi; dall’altra la replica dei funzionari cinesi, con l’ipotesi dei Giochi di Wuhan e il possibile ruolo dell’esercito statunitense. Una disputa del genere non è affatto utile alla scienza. Anzi: rischia di compromettere il lavoro degli esperti. La seconda ragione: è complicato rintracciare la fonte animale dal quale l’agente patogeno avrebbe attaccato l’uomo. Si ritiene possa essere un pipistrello, ma non è da escludere il ruolo giocato da un ospite intermedio. Quale? Nessuno è ancora in grado di dare una risposta. Terza e ultima ragione: come ha fatto il virus a entrare negli esseri umani? Fare luce su questa dinamica potrebbe essere utile per prevenire l’insorgenza di ulteriori emergenze sanitarie.

Un nuovo approccio

In merito alla prima trasmissione umana, lo studio cinese ipotizza che questa possa essere avvenuta nel subcontinente indiano. Come se non bastasse, a detta degli autori dello studio – criticatissimo da alcuni esperti –, un ceppo di Sars-CoV-2 sarebbe stato riscontrato in otto Paesi prima dell’apocalisse scoppiata di Wuhan (dicembre 2019).

Il team di Shen ha spiegato che, nel caso del Sars-CoV-2, l’approccio tradizionale solitamente impiegato per risalire all’origine dei ceppi di coronavirus – cioè l’analisi filogenetica – non ha funzionato. E per un motivo ben preciso: il virus preso in esame come riferimento ancestrale per ricostruire la storia evolutiva del nuovo coronavirus coincideva con quello di un pipistrello, scoperto qualche anno fa nello Yunnan, nel sudovest della Cina.

Il problema è che il virus in questione non era l’antenato del virus umano. Il dottor Shi ha dunque usato un nuovo metodo. Il suo team ha contato il numero di mutazioni avvenute in ogni ceppo virale del coronavirus. Ricordiamo che i ceppi con più mutazioni esistono da più tempo, e che quelli che presentano meno mutazioni sono più vicini all’antenato originale del Sars-CoV-2.

Il primo focolaio

Lo studio afferma che alcuni ceppi presentavano meno mutazioni rispetto a quelli rilevati nello Hubei. “Wuhan – si legge – non può essere il primo luogo in cui è avvenuta la trasmissione da uomo a uomo di Sars-CoV-2″. Nel documento si sottolinea come il ceppo meno mutato sia stato trovato in Australia, Bangladesh, Grecia, Stati Uniti, Russia, Italia, India e Repubblica Ceca. Ma il virus non avrebbe potuto contemporaneamente trasmettersi agli esseri umani in tutti questi luoghi.

Come risalire al primo focolaio? Quest’area – hanno pensato i ricercatori – dovrebbe essere caratterizzata dalla più grande diversità genetica possibile. “Sia le informazioni geografiche del ceppo meno mutato che la diversità del ceppo, suggeriscono che il subcontinente indiano potrebbe essere il luogo in cui si è verificata la prima trasmissione da uomo a uomo di Sars-CoV-2”, si legge ancora nel documento.

La causa della pandemia

Il dottor Shen ritiene che la pandemia possa essere stata innescata da condizioni meteorologiche avverse. Nel 2019 l’India è stata travolta dalla seconda ondata di caldo più lunga e intensa della sua storia. La siccità ha costretto animali e molti esseri umani ad abbeverarsi nelle stesse fonti di acqua potabile. E questo potrebbe aver creato le condizioni per il famigerato salto di specie.

Ma per quale motivo il virus sarebbe stato rilevato soltanto nel dicembre 2019 e non prima? A detta di Shen, la grande percentuale di giovani presenti in India potrebbe aver ridotto la frequenza dei gravi casi, rendendo il virus più difficile da rilevare. Questa teoria, come tutto il documento, è stato criticato da alcuni scienziati, i quali ritengono inesatto l’approccio usato dai ricercatori cinesi. Intanto le indagini sulle origini del nuovo coronavirus proseguono senza sosta.