Lentamente, ma in maniera continua, si sta sempre più imponendo all’attenzione della distratta opinione pubblica italiana il nome della facção originaria di San Paolo in Brasile: Primeiro Comando da Capital. Gli stessi addetti ai lavori, che nell’ambito del giornalismo nostrano se ne sono occupati, lo hanno fatto, declinando l’attuazione internazionale del PCC secondo gli stilemi, in parte anacronistici, applicabili ad un qualsivoglia cartello del narcotraffico compreso tra Colombia e Messico. In questa declinazione, tuttavia, si tralascia la recente origine delle facções brasiliane, compreso quindi il PCC, come pure le specifiche peculiarità del crimine organizzato brasiliano rispetto alle succitate realtà colombiane e messicane.
Pressoché la totalità delle fazioni presenti oggi in Brasile sono nate all’interno delle carceri come risposta alle quotidiane violenze esercitate dai rappresentanti dello Stato sui detenuti e da questi ultimi su altri detenuti. Uno stato di cose completamente fuori controllo, che vide nelle organizzazioni che dal 1979 – anno di fondazione del Comando Vermelho a Rio de Janeiro – che cominciarono a formarsi nelle carceri brasiliane un movimento di resistenza – tanto è che il PCC è anche conosciuto come Sindicato do Crime (Sindacato del Crimine) – e un principio di ordine, nel senso che queste facções imposero regole e una disciplina che dovevano essere tassativamente rispettate all’interno degli istituti penitenziari, anche attraverso la redazione di veri e propri “decaloghi”, storicamente noti con il nome di Statuto, ciò che vale ancor oggi come ‘legge del crimine’ all’interno di queste strutture criminali.
Da parte sua, lo Stato brasiliano ha lasciato fare, ossia a dire che ha sistematicamente sottovalutato, durante anni, il fatto che le facções stavano ogni giorno di più assumendo il controllo delle carceri da Rio de Janeiro a San Paolo. Non solo negligente, però, lo Stato brasiliano nel corso dei decenni, ma corresponsabile della diffusione a macchia d’olio di queste organizzazioni da uno Stato all’altro del Brasile, allorché decise che, per separare i singoli membri di una data facção, fosse necessario traferirli presso altri istituti penitenziari.
Agendo in tal modo, le autorità brasiliane non considerarono che non si trattava di singole bande di malviventi riuniti attorno ad uno scopo comune, ma che quanto i vari Comando Vermelho o Primeiro Comando da Capital portavano avanti era una vera e propria ideologia, entro la quale, pur in maniera confusa e spesso contraddittoria, trovavano posto rivendicazioni di carattere sociale come pure professionalismo dal punto di vista criminale. Più di tutto, però, vi trovavano posto il rispetto dello Statuto, la già menzionata legge del crimine valida al di sopra di tutto e tutti, in particolare nel PCC, e alcune frasi, quali, per esempio: il crimine rafforza il crimine (o crime fortalece o crime), spesso citate nei vari ‘salve’ (comunicati) periodicamente diffusi dalle varie fazioni.
Quando, oggi, parliamo e scriviamo sul Primeiro Comando da Capital, vera e propria multinazionale del crimine con una divisione al suo interno di carattere cellulare e fortemente compartimentata (le Sintonie) vale la pena ricordare che la più potente organizzazione criminale sudamericana prese forma a partire da otto detenuti – “Il PCC è stato fondato da nove persone. Otto detenuti e Lei! (O PCC foi fundado por nove pessoas. Oito presos e o senhor!)”, come avrebbe detto Sombra, uno dei fondatori, all’allora direttore del carcere di Taubaté (il famoso Anexo), Ismael Pedrosa –. Come scrisse nel suo libro Cobras e Lagartos il giornalista Josmar Jozino, agli occhi di Sombra, Pedrosa rappresentava la “causa” principale della nascita del Primeiro Comando da Capital, a causa delle continue vessazioni a cui sottoponeva i detenuti, cui si aggiungeva il fatto che Pedrosa era stato direttore del carcere, dove il 2 ottobre del 1992 si consumò il tristemente noto Massacro di Carandiru (111 morti, stando ai numeri ufficiali, tutti detenuti).
Da allora, il PCC non ha più smesso di crescere, trovando nella ‘Ndrangheta e nelle mafie balcaniche degli alleati fondamentali e trasformandosi in una vera e propria multinazionale del crimine. Lo Statuto, quale legge suprema, è stato capace di modellare la facção di San Paolo mantenendola poco vulnerabile agli attacchi esterni e assai mobile nella sua struttura. Faide e regolamenti di conti, anche molti cruenti, non sono mai mancati all’interno del PCC, ma ogni possibile frattura è stata prontamente ricomposta proprio grazie al collante rappresentato dallo Statuto.
Lo Statuto, entro l’universo del Primeiro Comando da Capital, rappresenta una sorta di Costituzione, orientando ogni scelta da parte dei suoi membri. Nessuno è al di sopra dello Statuto e ogni integrante – anche coloro che fanno parte delle Sintonie più alte – può essere giudicato e condannato, qualora la maggioranza decida che questi ha violato lo Statuto. Si può dire che lo Statuto sta al PCC come il legame di sangue sta alle organizzazioni criminali italiane. Da ultimo, il caso del Primeiro Comando da Capital sembra mostrare come l’abbandono delle responsabilità statali e la sistematica sottovalutazione di fenomeni criminali emergenti possano generare, pur in un ampio arco di tempo, forme di criminalità organizzata di portata transnazionale.
La figura simbolica di Ismael Pedrosa – identificato da Sombra come la “nona persona” fondatrice del PCC – rappresenta emblematicamente come le violenze istituzionali, culminate nel Massacro di Carandiru, abbiano fornito la giustificazione ideologica o la cornice di senso per la nascita di un’organizzazione, che oggi sfida gli equilibri criminali sudamericani e internazionali. Usando un eufemismo, si può dire che “l’impreparazione” delle istituzioni statali brasiliane, ancora pesantemente immerse nel clima della dittatura militare, abbia creato le condizioni per l’affermazione di forme alternative di controllo sociale – le facções, appunto – che, pur nate come meccanismi di autodifesa dei detenuti, si sono rapidamente trasformate in sistemi criminali complessi e profondamente radicati nel tessuto sociale.