Nord della Cina. Strade vuote, panorama lunare, città fantasma. Una donna, dietro la finestra di casa sua, in un edificio di dieci piani al centro di Xi’an, capitale della provincia di Shaanxi, al confine con la provincia focolaio di Hubei, dice: “Finalmente posso riflettere”. Adesso racconta di avere il tempo per farlo. Continua: “Non mi manca nulla della vita di prima”. Alla disperazione in Cina qualcuno è riuscito a non arrendersi ancora. È l’unica, placida testimonianza raccolta tra le altre dettate dalla paura del contagio del Covid-19. Una voce che arriva dalla contumacia domestica obbligatoria che tutti i cittadini della Repubblica popolare stanno affrontando per il Coronavirus, che ha cominciato a correre letale per le loro strade, rendendole deserte. Nel coro triste della comune angoscia Amanda Wang, come ama presentarsi agli stranieri l’imprenditrice, 40 anni, pronuncia parole inedite:

Tutti stanno vivendo con stress questa situazione, è sbagliato

In guerra. La Cina lo è ufficialmente su tutti i fronti in un’emergenza non solo medica, ma sociale e psicologica. È un popolo in mascherina chirurgica in faccia e termometro alla mano per scongiurare l’innalzamento della temperatura corporea. In quarantena ogni giorno è lo stesso giorno, anche se sul calendario la data è diversa. In auto-isolamento ci sono uomini e monitor. Il Dragone è chiuso in casa e chiuso in se stesso, come residenti di province e città, illuminati dai led di milioni di schermi con dati di decessi in costante aggiornamento. Secondo la Wang c’è una sottile linea da non varcare per non annegare nelle fobie virali sui social, nelle prospettive grigie come le strade dove ora le persone sono talmente poche da poterle contare, in fila ai check point medici in giro per una città di solito affollata dai suoi dieci milioni di abitanti.

“Da quando tutto è iniziato il sonno arriva più tardi e più tardi arriva il risveglio”. Tutto è nuovo rispetto alle vecchie abitudini: “I ritmi sono diventati blandi, tutto può essere preso comodamente”. La Wang, che amava uscire per mangiare fuori e non cucinare, è una che insegue quello che di luminoso può esistere nelle situazioni disperate. Scatta foto quando le è concesso di passeggiare con il suo cane dagli amministratori del suo edificio, addetti a controllo e verifiche del suo percorso, per monitorare un eventuale punto di diffusione del virus. Una rete di sorveglianza e coprifuoco gestita dalle sedi del partito comunista, struttura gerarchica presente in ogni compound abitativo, che funziona come centro servizi. Dopo l’ordine emesso dalle autorità centrali di Pechino, “una sola persona in ogni nucleo familiare può recarsi a fare la spesa ogni due giorni ma l’importante è registrare i propri spostamenti”, racconta a InsideOver.

La Wang ricorda l’emergenza Sars, la cui gravità “non era evidente come questa volta”. Giorni in cui “nessuno saliva sull’autobus” in una città dove non tutti hanno un’auto. Minore era l’enfasi mediatica, minore il numero di informazioni, minori i canali su cui si moltiplicavano le notizie in tempo reale. Una crisi che probabilmente per questo ricorda più breve, ma che è durata dal novembre 2002 al maggio 2003, ma “non c’era questa paura diffusa, la gente era meno spaventata, rispettava i protocolli di sicurezza meno severi dei recenti, per semplice aderenza a regole dettate dall’esterno, senza convinzione. Invece adesso si percepisce la serietà della reazione delle autorità, hanno sensibilizzato la popolazione che sta vivendo con maggiore consapevolezza”.

Ora è anche difficile dare un nome a quello che accade. “Accenno ad una considerazione che spesso sfugge in Occidente. Tra i lati positivi di un sistema politico e sociale come quello cinese a guida comunista, c’è l’efficienza della catena decisionale e di coordinamento. Decise le misure, si implementano rapidamente su vasta scala. Se ne aumenta l’efficacia, quando risultano corrette”. Ma, continua la Wang: “Ovviamente vale anche l’opposto. Se le scelte si rivelano inadeguate, le conseguenze si riverberano con la stessa pericolosità, velocità e magnitudo”. Cita l’esempio di Hubei, la provincia focolaio confinante alla sua regione, “dove tutto è stato gestito male da principio e le conseguenze sono visibili”.

Non tristezza. Non paura. Non psicosi nella lista dei sentimenti che dice di provare. Ma sa che “la vita di tante persone sta cambiando” mentre rovescia i quesiti sempre verso il lato paradossale dello stato attuale delle cose.“Questa situazione fuori dall’ordinario ci offre spunti nuovi. Nella vita di tutti i giorni, nella società cinese, la pressione dettata dalla riuscita lavorativa è altissima”. Un dilemma, ma anche il suo opposto: l’opportunità della sua soluzione.

Come in greco antico, la Wang spiega che in cinese “crisi” si dice weiji (危机) simbolo composto da due ideogrammi. Il primo è 危 e vuol dire pericolo, il secondo è 机 e vuol dire opportunità. Conta i minuti che scorrono nel silenzio, momenti liberi mai posseduti prima: è la prima volta che i cittadini della fabbrica del mondo rimangono fermi, che l’imperativo categorico di produzione e profitto è stato superato da qualcosa di più importante, che richiede solidarietà collettiva.

Ora in Cina per la prima volta “abbiamo una possibilità per sviluppare una diversa, più equilibrata concezione della vita”. Nella tragedia dell’epidemia che la seconda economia mondiale sta affrontando l’imprenditrice coniuga le speranze al futuro. “Noi cinesi viviamo tutti una situazione inedita: di assenza di pressione sul posto di lavoro, abbiamo la possibilità di affrontare con un ritmo più lento il giorno. La vita. Poveri e ricchi: siamo tutti temporaneamente esentati dal rincorrere noi stessi. Per la prima volta. È una condizione inusitata che ha annullato la competizione economica e forse i cinesi, come popolo, possono imparare qualcosa da tutto questo”. Questa intervista è stata raccolta grazie alla collaborazione e traduzione di Jonathan Marano, manager italiano residente in Cina.

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