Negli Stati Uniti, entro dicembre, potrebbero essere disponibili ben due vaccini contro il Covid-19. Uno scenario del genere, almeno secondo il team guidato dall’epidemiologo della Casa Bianca, Anthony Fauci, non è da escludere. Anzi: è altamente probabile. A maggior ragione dopo gli annunci arrivati negli ultimi giorni. Tutto è iniziato con un comunicato diffuso dal colosso americano Pfizer. I primi dati del trial di Fase 3 hanno mostrato come il vaccino realizzato dall’azienda di New York, in collaborazione con la tedesca Biontech, possieda un’efficacia superiore al 90%.

Nel giro di poche ore la Russia ha fatto sapere che il proprio siero ha un tasso di efficacia del 92% dopo la seconda dose. Il terzo rilancio è ancora più recente: la compagnia statunitense Moderna ha invece dichiarato che l’mRNA-1273, a un passo dall’ottenere l’autorizzazione all’uso per emergenza da parte delle autorità regolatorie, ha un’efficacia pari al 94,5%. In lizza c’è anche il siero allo studio dell’università di Oxford e dell’anglo-svedese AstraZeneca, che potrebbe addirittura bruciare i rivali, rivelandosi il prodotto più economico e affidabile. Insomma, la corsa dei vaccini è entrata nel vivo.

I tempi da considerare

Poter contare su più vaccini è senza ombra di dubbio positivo. Se non altro perché, data l’urgenza con cui è richiesto il siero anti Covid, difficilmente un solo produttore riuscirebbe, da solo, a soddisfare la domanda di centinaia di milioni di dosi. Attenzione però a illudersi troppo con tempi e termini usati dagli esperti. Già, perché un conto è dire che il vaccino è stato autorizzato, un altro che è pronto all’uso.

Nel primo caso, tornando all’esempio degli Stati Uniti, significa che Fda, cioè la Food and Drug Administration, l’ente governativo che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, dà l’autorizzazione al vaccino dopo gli studi relativi alla Fase 3. Da qui che l’antidoto sia pronto all’uso, la strada è tuttavia ancora lunga. È vero che molte aziende farmaceutiche iniziano a produrre i vaccini anche prima di aver terminato gli studi di fase, così da aver le dosi pronte per quando riceveranno l’eventuale autorizzazione. Ma è altrettanto vero che ci sono comunque da considerare i tempi relativi alla logistica.

Per capire meglio questo aspetto, ci siamo rivolti a Emanuele Montomoli, professore ordinario di igiene e sanità pubblica presso l’Università di Siena. “Ipotizziamo che il vaccino Pfizer-Biontech sia pronto il primo gennaio. Se così fosse, se dovesse esserci già un miliardo di dosi sul punto di essere inviato ai vari Paesi, e in presenza di un accordo per spedirne una certa quantità in Europa, a quel punto, nonostante i tanti se, ci sarebbero altri nodi da sciogliere. Si dovrà capire quante dosi arriveranno in Italia. Dopo di che bisognerà riceverli, sarà poi necessario distribuirli alle Asl, che a loro volta dovranno distribuirli nel territorio. Poi scatterà la somministrazione”.

Quale vaccino?

È dunque molto probabile che entro la fine dell’anno possa effettivamente arrivare un’autorizzazione per qualche vaccino. Ma a quel punto dovremo attendere altre settimane, forse mesi, prima del vero e proprio semaforo verde. Abbiamo detto che può essere lecito immaginarsi più vaccini anti Covid pronti in contemporanea. Ma che cosa succederà da un punto di vista burocratico? Sarà possibile scegliere quale siero iniettarsi?

“Per l’influenza – ha sottolineato Montomoli – ci sono decine di vaccini diversi. Quando ce lo andiamo a fare, prendiamo quello che ha il medico. Il medico ha quello che gli dà la Asl, che a sua volta possiede il siero di un’azienda vincitrice di una gara d’appalto. Nel caso del Covid non credo possa esserci una scelta da parte del cittadino. Non è da escludere che possa accadere qualcosa di simile, ma forse tra qualche anno”. Dunque i cittadini di ogni Stato usufruiranno del vaccino frutto degli accordi stretti dal proprio Paese di origine con le varie aziende farmaceutiche.

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