Più libri Più liberi e il patentino antifascista: allora censuriamo anche Pirandello, Gentile e Ungaretti

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«Ho ricevuto da Garzanti una settimana fa una enorme edizione del Mein Kampf. Allora cacciamo Garzanti… Io non amo Céline, il più antisemita del mondo, ma è un pezzo da novanta della Adelphi. Laterza ha pubblicato Giovanni Gentile, filosofo del fascismo. Allora via anche Laterza. Coga pubblica il libro di Proudhon, Pornocrazia, un attacco alle donne in quanto tali. Via anche la Dedalo, che è come Vannacci. Tutto assurdo». In poche righe lo storico Luciano Canfora, comunista doc, ha condensato il totale non senso del “patentino antifascista”, iniziativa che quest’anno si sono inventati alla fiera Più libri Più liberi contro le piccole case editrici che non si riconoscono nell’antifascismo. Perché aggiungere l’aggettivo «antifascisti», ai valori del regolamento da sottoscrivere, non è soltanto «un’idiozia», per dirla con Massimo Cacciari, in senso politico, dato che la Costituzione vieta solo la ricostituzione del partito fascista e non obbliga nessuno, nell’esercizio del diritto di espressione, a giurare su alcunché.

Di Paolo “tradisce” Montanelli

È anche e soprattutto un clamoroso autogoal culturale. Perché, come chiunque non sia in malafede sa perfettamente, tanta parte della cultura italiana ed europea della prima metà del Novecento si snoda attraverso una lunga sequela di autori che non solo non sono stati contrari al fascismo (e al nazismo), ma lo hanno addirittura appoggiato, sia pur ognuno con traiettorie diverse. È un fatto storico che conosce, o dovrebbe conoscere, anche il curatore della mostra, Paolo Di Paolo. A maggior ragione perché il suo nome assunse una qualche notorietà, da imberbe aspirante giornalista, grazie alle lettere con cui tempestava la rubrica sul Corriere della Sera tenuta fino alla morte, avvenuta nel 2001, da Indro Montanelli, il quale avrebbe considerato l’odierna trovata una bischerata offensiva. Probabilmente anche per sé stesso, che da giovanissimo collaborò alla rivista L’Universale diretta da un intellettuale brillante, e ultrafascista, che rispondeva al nome Berto Ricci. E fascista, almeno fino alla guerra d’Etiopia, fu egli stesso, il conservatore Indro, cosa che non rinnegò mai.

Scontro fra titani

Rinfrescarne la memoria non significa fare nessuna apologia: vuol dire semplicemente rispettare la Storia. Fascista convinto, tanto da diventare punto di riferimento ufficiale in qualità di responsabile della monumentale Enciclopedia Treccani voluta da Mussolini, fu Giovanni Gentile, con Benedetto Croce uno dei dioscuri dell’idealismo italiano. Fascista sino all’ultimo, Gentile, tanto da rimetterci la vita, da presidente dell’Accademia d’Italia durante la Repubblica di Salò, quando, nel 1944, fu trucidato da un commando di partigiani preda del fanatismo. Vent’anni prima, nel 1925, era stato lui il promotore del “Manifesto degli intellettuali fascisti”, scorrendo il quale si ha già un’idea della portata dell’adesione del nascente regime che chiudeva giornali, arrestava oppositori e proibiva il dissenso. Lo firmarono storici come Gioacchino Volpe, drammaturghi come Luigi Pirandello, poeti come Giuseppe Ungaretti, scrittori come Curzio Malaparte, giornalisti come Luigi Barzini sr, filosofi come Ugo Spirito, giuristi come Alfredo Rocco. Croce rispose a stretto giro con un contro-manifesto in cui si esposero altrettanti bei nomi dell’Italia intellettuale di allora, da Luigi Einaudi a Giustino Fortunato, da Eugenio Montale ad Aldo Palazzeschi. Lo scontro era vivo, anche se si spense definitivamente con le “leggi fascistissime” del 1926, con cui il neo-partito unico completò l’instaurazione della dittatura.

Varietà di voci

 All’interno del fascismo stesso, poi, il panorama fu negli anni variegato, quanto a filoni e pubblicazioni. Spesso in contrasto fra loro, come fu per la polemica, celeberrima, fra i modernisti di Stracittà e gli antimodernisti di Strapaese. C’erano i futuristi, in testa il capofila Filippo Tommaso Marinetti (che dopo aver tanto sbertucciato istituzioni e musei, si musealizzò accettando la feluca di accademico). C’erano i clerico-fascisti, come il convertito Giovanni Papini, penna acuminata e prolificissima. C’erano i fascisti di sinistra, dal gruppo de Il Selvaggio del corrosivo Mino Maccari alla nuova generazione uscita dai “littoriali” degli anni ’30 (due nomi su tutti: Elio Vittorini e Vasco Pratolini, destinati nel dopoguerra a diventare mostri sacri della sinistra culturale). C’era il giro attorno a Giuseppe Bottai e al quindicinale Critica Fascista. C’era chi, dopo aver coniato motti che il Duce fese suoi come “Mussolini ha sempre ragione”, faceva un po’ di fronda e di satira sul piano del costume, come Leo Longanesi.

Fascisti-antifascisti, andata e ritorno

Ci fu chi lavorò attivamente per la propaganda di guerra, arrivando niente meno che dall’estero come lo statunitense Ezra Pound. Chi invece si tenne sullo sfondo, ormai vecchio e mai del tutto aderente al regime, come Gabriele D’Annunzio (a cui pure, assieme alla mistica degli “arditi”, si deve il modello di certe liturgie fasciste). Ci fu anche chi dapprima sostenne le camicie nere e poi, quando costava farlo, divenne antifascista, come il pensatore irrazionalista Giuseppe Rensi. Chi, dal fascismo firmatario del Concordato con la Chiesa, si augurava un’impossibile rivendicazione di paganesimo, come Julius Evola. Chi fu fascista fino al 1943, anno della caduta, come gli scrittori Guido Piovene o Paolo Monelli. Chi faceva professione di fede fascista nei Gruppi Universitari, come Giorgio Bocca, per entrare poi nella Resistenza. Chi scriveva a favore dell’Impero e del corporativismo, come il cattolico Amintore Fanfani, futuro leader Dc. Insomma, c’era una vivacità che fra l’altro non può granché stupire, perché nonostante la censura di Stato un Paese, e in special modo un Paese articolato come l’Italia, non può non produrre cultura, in un periodo lungo ben vent’anni.

Nazismo settario. Eppure…

Diverso il discorso per la Germania nazista, che fu più restrittiva nel controllo delle arti e delle scienze (basti pensare alla condanna dell’“arte degenerata” contemporanea, che avrebbe costretto all’esilio un pittore fascista come Mario Sironi, o la persecuzione per motivi razziali di scienziati ebrei di ogni campo). Ma a dispetto di Goebbels e dei suoi roghi di libri, va registrata una pattuglia di menti fra le migliori dell’epoca che, sebbene solo inizialmente, approvarono o si inserirono nel nuovo regime hitleriano. Parliamo di gente del calibro di Martin Heidegger, forse l’ultimo grande filosofo tedesco; del giurista Carl Schmitt, peso massimo del pensiero politico tuttora attualissimo; di Gottfried Benn, poeta fra i più penetranti indagatori del nichilismo. Furono molti di più, naturalmente, coloro che rimasero intrappolati nelle grinfie del nuovo Stato di polizia, o si videro costretti a scappare fisicamente dal Terzo Reich. Quel ricco e formicolante mondo di idee, suggestioni e sperimentazioni che aveva popolato la Repubblica di Weimar divenne afono nell’arco di pochi mesi, in quel fatidico 1933. Represso brutalmente in quanto, secondo l’asfittica ideologia nazionalsocialista, tacciato di “decadenza”.

Stupidità della tessera

L’elenco di intelletti eccellenti, tra premi Nobel e ingegni fini che non per nulla si studiano a scuola, dovrebbe far capire anche a settari come Paolo Di Paolo che qualunque forma di certificazione del pensiero, qualsiasi tipo di “tessera” è, se guardiamo proprio allo storia italiana, intrinsecamente fascista. Nel suo caso, si tratta del “fascismo degli antifascisti” (Ennio Flaiano). E allora gioverà ricordare cosa scriveva Croce, il nume dell’antifascismo Croce, quello stesso Croce che Mussolini, autoritario ma non cretino, si guardò bene dall’imbavagliare durante tutto il Ventennio, in una missiva a Ferruccio Parri del 18 giugno 1945, per criticare l’ipotesi di escludere dal primo governo post-25 Aprile chi era stato iscritto al partito fascista: «Questo significa ignorare» osservava indignato il filosofo liberale, che «tutti gl’italiani per esercitare professioni, erano costretti a iscriversi e che ben pochi poterono, rinunziando alle professioni, rifiutare l’iscrizione, la quale prese perciò carattere affatto formale e insignificante. Tanto vero che molti dei più operosi e benemeriti oppositori ed eversori del fascismo erano iscritti, e finirono col soffrire persecuzioni, carcere e peggio. (…) Io annovero tra i miei migliori amici e collaboratori, durante e dopo il fascismo, di codesti iscritti per formalità. (…). E concludeva, sbugiardando l’ipocrisia degli zelanti neo-antifascisti: «Ma chi è che perde il tempo a escogitare e suggerire simili, non dico neppure cattiverie, ma stupidità?».