Nel futuro della Russia? Più Asia, meno Europa

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Politologi come Steve Bannon e strateghi come Henry Kissinger continuano ad utilizzare lo spazio mediatico che gli viene concesso per denunciare quello che ritengono sia stato uno degli errori più gravi della storia recente degli Stati Uniti: permettere che l’incubo brzezinskiano di un’alleanza tra l’Orso russo e il Dragone cinese divenisse realtà.

L’intesa cordiale del 21esimo secolo è scaturita in parte dalle politiche obamiane – Euromaidan, l’avvio della guerra dei gasdotti, la destabilizzazione della Siria – e in parte dalle mosse euroamericane a partire dal dopo-guerra fredda – intervento in Iugoslavia, allargamento dell’Alleanza Atlantica nello spazio postcomunista, rivoluzioni colorate nell’area postsovietica e interferenze in Georgia all’alba della guerra del 2008 –, e oggi, a sette anni di distanza dalla “cattura dell’Ucraina“, è più solida, stabile ed estesa che mai.

Fallita la linea trumpiana del duplice contenimento – che non ha fatto altro che fortificare l’intesa sino-russa, legittimandola ulteriormente agli occhi di Cremlino e Zhongnanhai –, il neopresidente Joe Biden ha provato a corteggiare l’omologo russo, lo scorso giugno a Ginevra, proponendogli una pace fredda, cioè una tregua, utile ad entrambe le potenze per riprendere fiato e risparmiare risorse preziose.

Non è dato sapere se la Russia accetterà la proposta del navigato Biden, che non va letta necessariamente in termini di richiesta di scelta di campo – Occidente od Oriente – ma, più pragmaticamente, di non allineamento, timido distanziamento o altalena in stile turco; quel che è certo è che spezzare l’intesa è e non sarà facile per una molteplicità di ragioni. E una di queste, la più trascurata, ha a che fare con il vasto (e crescente) appoggio delle opinioni pubbliche di Russia e Cina all’intesa del 21esimo secolo.

I russi approvano il pivot to China

Il patto adamantino che Russia e Cina hanno stretto allo scopo di catalizzare la transizione multipolare e la fine della Pax Americana non è e non sarà facile da sabotare, questo è il motivo per cui Biden, lo scorso giugno, ha proposto all’omologo russo una pace fredda in luogo di un irrealistico cambio di carro. E il patto sino-russo per il multipolarismo è tanto inviso da Washington e Bruxelles quanto benvoluto dalle cancellerie e dalle opinioni pubbliche di Mosca e Pechino.

L’esito di un sondaggio condotto recentemente dal Consiglio di Chicago e dal Centro Levada, invero, ha dato ulteriore fondamento alle preoccupazioni di quegli strateghi occidentali che sognano di spezzare l’asse tra l’Orso e il Dragone. Perché le opinioni raccolte dai due enti sembrano confermare come dietro all’amicizia tra Putin e Xi Jinping e i frequenti contatti tra Sergej Lavrov e Wang Yi si nasconda qualcosa di molto più importante: un crescente ed esteso sentimento sinofilo tra gli abitanti della Federazione russa.

È vero: la paura gialla continua ad essere piuttosto diffusa tra Siberia ed Estremo Oriente – per ragioni di vicinanza geografica, pressione demografica, memoria storica e salvaguardia del territorio dal sino-capitalismo di rapina – e nelle stanze dei bottoni del Cremlino non tutti condividono l’oltranzistico pivot to China della presidenza Putin, ma società e politica sono consapevoli del fatto che l’alternativa allo status quo è rappresentata dalla pace impossibile con un blocco, l’Occidente, pervaso dalla paura russa, impegnato a strangolare l’economia nazionale via sanzioni e a disintegrare il mondo russo attraverso rivoluzioni colorate ed espansione senza fine dell’Alleanza Atlantica.

Una consapevolezza, quella di cui sopra, che i sondaggisti del duo Chicago-Levada hanno catturato e trasformato in numeri, che poi hanno utilizzato per dipingere il seguente quadro della situazione:

Non è l’unico sondaggio eloquente

Il sondaggio del duo Chicago-Levada rappresenta l’ultimo arrivato in ordine di tempo in quella serie sempre più corposa di indagini volte a perscrutare nel dettaglio il cambiamento della società russa durante l’era Putin. Rilevazioni che concordano tra loro, parlando all’unisono di una nazione che va percependo se stessa più asiatica che europea. Lo scorso febbraio, ad esempio, Levada aveva pubblicato un sondaggio intitolato “La Russia e l’Europa” concludendo che:

Potrebbe esserci una ragione molto valida alla base della scelta di cominciare la valutazione degli umori dei russi dal 2008. Perché quell’anno, invero, avrebbe avuto luogo la guerra russo-georgiana per l’Ossezia del Sud, delta di una stagione di provocazioni subite passivamente dal Cremlino ed evento ante litteram della futura guerra fredda 2.0.

Fu a partire da quell’anno, il 2008, che un sempre più disincantato Putin avrebbe cominciato a riconsiderare il rapporto con l’Occidente – prendendo atto di azioni quali le interferenze nello spazio postsovietico e l’espansione incessante dell’Alleanza Atlantica –, come palesato dalla svolta eurasista e dall’appaltamento alla Chiesa ortodossa della rinazionalizzazione delle masse.

Non Kiev, ma Tbilisi sarebbe la sorgente di tutto, la fonte di quell’allontanamento del popolo e dei politici russi dall’Europa che soltanto oggi, più di dieci anni dopo, inizia ad essere visibile e tangibile anche ai più orbi. Allontanamento da leggere in termini di ritorno alle origini – perché la Russia mai è stata completamente europea, essendo unicamente inframmezzata tra Europa e Asia, puramente Eurasia –, ma anche di necessità e obbligatorietà – date dai rifiuti e dalle fobie dell’Europa.

L’asiatizzazione dei russi, oggi e domani

L’Occidente, in sintesi, nel nuovo secolo come in passato, non ha saputo cogliere l’attimo – fraintendendo il fenomeno Putin e procedendo ad un’espansione aggressiva negli spazi postcomunista e postsovietico – e, nel fare ciò, ha accidentalmente rivitalizzato l’eterno dibattito sul collocamento identitario e civilizzazionale della nazione russa. Nazione che, oggi più che mai, vede il proprio futuro a levante e crede nell’unicità del proprio io; una tendenza della quale i decisori politici terranno conto, regolando le proprie azioni nel mondo di conseguenza.

Non va dimenticato, però, che nessun fenomeno culturale è imperituro, perché i popoli sono volubili e le società sono cangianti per natura. Questo significa, spiegato altrimenti, che le tendenze catturate da Levada e Chicago debbono essere considerate per ciò che sono, e nulla di più, cioè delle espressioni di un riposizionamento identitario, sì, interessante e in parte genuino, ma anche dettato dall’alto e dalla contingenza.

L’asiatizzazione del popolo russo, in breve, non andrebbe inserita nella categoria dei fati ineluttabili, perché figlia di un tempo preciso e di condizioni altrettanto definite e, dunque, reversibile. Una reversibilità sulla cui utilità, comunque, detteranno in primis i russi – nel caso, ad esempio, di un grave deterioramento delle relazioni con la Cina –, in secundis la demografia – la progressiva deslavizzazione della nazione inciderà in maniera considerevole sulla percezione del proprio ethnos – e soltanto in tertiis gli occidentali – attraverso machiavelli politici e influenza culturale.