Hanno vissuto sulla pelle le barbarie della guerra. Hanno assistito a uccisioni e sentito i boati dei missili che colpiscono gli edifici. Hanno prestato servizio nella Striscia di Gaza per combattere contro Hamas. Molti si sono fermati alla leva obbligatoria. Tre anni per gli uomini, due per le donne: tanto è bastato per convincerli a mollare ogni possibile carriera militare, a fuggire da Israele, a scappare da un conflitto che ai loro occhi ha ormai perso qualsiasi significato.
È in un contesto del genere che sta prendendo piede un fenomeno curioso. Un crescente numero di giovani israeliani sceglie infatti di lasciare il proprio Paese – e, di conseguenza, le Forze di difesa israeliane (Idf) per sempre, anche a fronte di eventuali richiami – e di volare in India.
C’è chi li paragona agli hippie che negli anni Settanta partivano per l’Asia, zaino in spalla, per allontanarsi dalla società occidentale percepita come oppressiva, militarista e consumista, e chi più realisticamente li dipinge come ragazzi e ragazze stanchi di vivere in un contesto di guerra permanente. E desiderosi di riprendere il controllo della propria vita dopo anni di sveglie alle prime ore dell’alba, di incarichi snervanti, di costante incertezza e del rischio di essere spediti al fronte.

Destinazione India
In India ci sono numerose città sperdute tra le valli dell’Himalaya trasformatesi in vere e proprie roccaforti per giovani israeliani stanchi della guerra, della Idf e delle tensioni permanenti che attanagliano il Medio Oriente. Manali, per esempio, conta circa 8mila abitanti e ha già accolto un discreto numero di ebrei. Si trasferiscono qui e, come ha raccontato il Venerdì di Repubblica, cercano di dimenticare quello che hanno passato. Spesso passano da un rave all’altro, fanno uso di hashish e si dedicano a sport adrenalinici come il rafting, l’arrampicata o il parapendio.
La tendenza non è certo nuova. Ad esserlo è semmai il crescente numero di persone attratte dall’India, decisamente più alto rispetto al passato. Non ci sono numeri ufficiali ma alcune fonti parlano di 40.000 e 60.000 israeliani stabiliti o emigrati in questo Paese nel corso del tempo, vivendo soprattutto nelle regioni di Goa e Maharashtra.
Il risultato è che in India si sono moltiplicate le Little Israel, ossia città talmente affollate da israeliani – con tanto di rabbini, insegne in ebraico e caffè con falafel – da esser state soprannominate ”piccole Israele”. ”Dopo l’esercito avevo bisogno di pace. Le montagne e i fiumi di Kasol, nell’Himachal Pradesh, me l’hanno data”, è la frase standard che esce dalla bocca di chi ha deciso di lasciare Israele per stabilirsi in India.

Alla ricerca della pace perduta
Il citato Stato indiano dell’Himachal Pradesh ha un forte legame con la cultura israeliana. A Kasol i ristoranti servono shakshouka e hummus, mentre nei caffè si ascolta musica ebraica. I negozianti locali accolgono i visitatori con la frase “Shalom” e i cartelli sono in ebraico. Le case Chabad e i centri comunitari ebraici offrono poi servizi religiosi ed eventi sociali promuovendo il senso di appartenenza.
In sostanza, è come Israele ma con vista sull’Himalaya e senza l’ombra di guerre, chiamate alle armi o doveri militari. Già nel 2018 il Jerusalem Post parlava dell’Humus Trail, un termine coniato per indicare il percorso di viaggio attraverso l’India frequentato dagli israeliani, ”in particolare da quelli che hanno abbandonato il servizio militare e vogliono rilassarsi, procurarsi hashish di alta qualità e ammirare splendidi panorami naturali, il tutto a un prezzo conveniente”.
C’è però una differenza importante da tenere bene in mente: se in passato gli israeliani erano soliti fare una tappa momentanea in India – di qualche mese o anno – oggi molti di loro vogliono restarci. Per dimenticare la guerra a Gaza, la leva militare e future chiamate alle armi.


