Per il modello svedese di contenimento del coronavirus è iniziata la stagione più difficile. Gli ultimi dati che arrivano dalla Svezia hanno riaperto la questione sull’efficacia di un approccio alla pandemia senza restrizioni né lockdown. Da mesi più di qualcuno ha provato a guardare a quanto succede lì per capire se un modello meno stringente con approcci più morbidi possa garantire un equilibrio tra il diritto alla salute e la tutela dell’economia.

Oggi i nuovi numeri in arrivo dalla Scandinavia mettono in dubbio le scelte di Stoccolma. Secondo i dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie il Paese ha fatto contare 166.707 casi dall’inizio della pandemia, ai quali si sommano almeno 6.082 decessi. Secondo le stime del Financial Times il 10 novembre scorso la Svezia presentava una media mobile su base settimanale pari a 4.028 casi. Per capirci l’Italia lo stesso giorno presentava una mobile di 33 mila casi. Chiaramente quello che in questo momento preoccupa è la rapidità con cui sale la curva e soprattutto il numero delle persone colpite in base alla popolazione.

Sempre il 10 il Paese presentava una media mobile di casi registrati ogni milione di abitanti di 381, contro i 558 dell’Italia e i 696 della Francia. A preoccupare di più ovviamente è il tasso di crescita settimane. Basandoci sulla media mobile nei primi tre giorni della settimana abbiamo stimato il tasso di crescita in Svezia. Tra il 19, 20 e 21 ottobre e la settimana successiva l’aumento è stato del 65%, mentre tra quella stessa settimana e i giorni dal 2 al 4 novembre l’aumento è stato del 100%, salvo poi registrare una diminuzione al 41% se confrontato con i giorni dal 9 all’11. Complessivamente, scrive ancora FT, più di un test su 10 è positivo e uno su cinque viene registrato a Stoccolma.

Il confronto coi vicini: maglia nera in Scandinavia

Diversi esperti hanno sottolineato nei mesi scorsi che il confronto più corretto andrebbe fatto coi paesi vicini, come Finlandia, Norvegia e Danimarca, nazioni simili che però hanno adottato forme di contenimento più rigide. In questo caso la Svezia sembra essere indietro. La migliore di tutte è infatti la Finlandia con 39 casi ogni milione di abitanti, seguita da Norvegia (106) e Danimarca (180). A parte la Finlandia che mostra una seconda ondata già finita con una curva piatta fin dalla metà di ottobre, Norvegia e Danimarca hanno visto casi in salita per tutto il periodo. Copenaghen con una curva che inizia a ridursi e Oslo che invece presenta tassi di crescita simili a quelli svedesi.

Anche il fronte dei decessi desta qualche preoccupazione. La Svezia mostra infatti una media settimanale di 0,6 morti per milione di abitanti, contro lo 0,1 della Finlandia, ma in linea con la vicina Danimarca (0,6). Tanto per avere un termine di paragone con lo stesso calcolo l’Italia arriva a quota 7,6. Il conteggio svedese almeno per il momento mostra un andamento discendente, al contrario della vicina Danimarca. Il 7 novembre la media ha infatti toccato il picco di 10,14 decessi per milione, salvo poi diminuire, anche se è prematuro per dire che ci sia un trend discendente.

Alla luce di questi numeri sorge spontanea la domanda: il modello svedese non sta funzionando?
La risposta è più complessa di quello che può sembrare. Prima una premessa. Osservando gli andamenti nel corso di tutto il 2020 si vede che la Svezia ha seguito le curve epidemiologiche in modo abbastanza simile a quelle di tutta Europa e dei vicini, salvo un picco avuto tra fine maggio e inizio giugno. In pratica con il modello “libero” svedese si ha avuto un andamento simile a quello di modelli più restrittivi.

Fin dalle prime avvisaglie della pandemia il modello prevedeva una totale assenza di blocchi stringenti nei movimenti delle persone e nell’accesso a bar, ristoranti o negozi. L’agenzia di sanità pubblica e tutte le autorità sanitarie negli scorsi mesi hanno emesso delle raccomandazioni sul distanziamento sociale, il lavoro da casa e il lavaggio delle mani. Ma nient’altro, nemmeno l’obbligo delle mascherine.

Un check up al modello

Dalle parti di Stoccolma però gli ultimi numeri hanno fatto innalzare la soglia di allerta. Per questo in questa seconda ondata la strategia è stata rivista. Per prima cosa è caduto il tabù delle chiusure. Il governo ha infatti deciso di mettere un blocco parziale a bar e ristoranti vietando la vendita di alcolici dopo le 22 di sera e comunque un orario di apertura che non superi le 22.30 che sarà operativo dal 20 novembre prossimo e dovrebbe estendersi fino a febbraio. Successivamente le autorità sanitarie delle 13 regioni che hanno registrato più casi hanno emanato una serie di raccomandazioni per sensibilizzare la popolazione (circa due terzi dell’intera Svezia) con l’invito ad evitare negozi o trasporti pubblici, o in generale i contatti con chi non è convivente.

In generale questo tipo di approccio è apprezzato in Svezia e la popolazione sembra incline a rispettare queste indicazioni. Ma non sono mancate le voci critiche. Per la virologa Lena Einhorn la strategia svedese è stata «un drammatico fallimento». In un’intervista del 12 novembre denunciava una situazione insostenibile: «Negli ultimi quattro giorni abbiamo avuto casi pro-capite otto volte superiori alla Finlandia e tre volte e mezzo superiori alla Norvegia».

Il problema delle terapie intensive

Ovviamente gli effetti delle restrizioni si vedranno nelle prossime settimane, ma per il momento ci sono dei numeri che preoccupano. In particolare il tasso di crescita come abbiamo visto. Tanto che lo stesso premier svedese Stefan Löfven si è detto disponibile a varare eventuali misure restrittive supplementari.

Il dato che in questi giorni viene monitorato con più attenzione è ovviamente quello delle terapie intensive. Pur essendo lontani i picchi di aprile i 129 pazienti ospedalizzati l’11 novembre scorso sono stati il segnale che qualcosa non torna. Anche perché negli ultimi giorni i nuovi ingressi in terapie intensiva sono raddoppiati.

Anche Anders Tegnell, l’epidemiologo di Stato architetto della strategia, ha detto che i numeri sono preoccupanti, ma ha anche ribadito che per il momento la Svezia ha ancora un discreto margine operativo degli ospedali con una capacità residua della terapia intensiva tra il 75 e l’80%. Secondo Tegnell i numeri crescono ora proprio perché la seconda ondata è arrivata in un secondo momento rispetto ad altri Paesi.

L’epidemiologo, ha scritto FT, ha spiegato che le autorità stanno intensificando gli sforzi nelle aree già sensibili, e ribadito anche che siamo di fronte a «una lunga lotta e che tutti dovremo adattarci mentre andiamo avanti perché ci sono molte cose che ancora non si sanno sul virus». Questo ultimo passaggio è molto importante.

Già ad agosto Tegnell aveva invitato tutti a profonde riflessioni sulla natura stessa della malattia, ribadendo due concetti chiave: se volete confrontare il modello svedese con altri Paesi non fatelo con la Scandinavia, ma con chi ha caratteristiche urbane simili alle nostre, come Paesi Bassi o Regno Unito (e al momento sia Londra che Amsterdam sono alle prese rispettivamente con medie dei contagi per milione di abitanti tra 342 e 358 e due lockdown).

Il secondo concetto era forse più filosofico che epidemiologico se vogliamo e ribadiva come il coronavirus non fosse una malattia “debellabile”, non con i metodi che ci sono al momento a disposizione. Per questo, era la sua idea, serve pazienza e capacità di adattamento per convivere con il virus. All’epoca la diminuzione dei casi aveva suggerito fosse intervenuta una sorta di immunità in una fetta di popolazione, ma oggi su questo fronte con ci sono riscontri, come ammette lo stesso epidemiologo che definisce “un grande mistero” il suo funzionamento.

Quello di cui Tegnell è però certo è che serva ancora tempo. Parlando al Global Boardroom del FT lo scienziato svedese ha spiegato che il Covid-19 resta un carico che andrà trasportato a lungo e che per questo sia necessaria una strategia sostenibile sul lungo periodo capace di funzionare per molti mesi, se non addirittura anni. Una strategia che deve guardare al di là di chiusure e lockdown a fisarmonica. Solo il tempo però darà la misura di quanto la flessibilità svedese possa reggere.

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