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Società

Perché parlare oggi di musica politica ha più senso che mai

Un libro in uscita, Anarchist Playlist, racconta le storie dietro trenta grandi canzoni politiche, da Francesco Guccini ai Rage Against The Machine. L’autore del volume ci spiega perché è più che mai necessaria la musica politica

In un tempo piccolo in cui gli artisti si dividono sullo schierarsi e si creano le fazioni tra sostenitori di Macklemore e di Ed Sheeran, parlare di musica politica ha un senso molto specifico. Nel mio nuovo libro, Anarchist Playlist (Eleuthera, 160 pag, in uscita il 13 novembre in libreria e negli store digitali), sono andato alla radice dell’impegno in musica cercando di mettere in fila e raccontare trenta grandi canzoni che hanno saputo mescolare suono, politica, anarchia e sociologia. Ci sono, ovviamente, classici come La locomotiva di Francesco Guccini e Here’s to you di Joan Baez (dedicata a Sacco e Vanzetti), ma arriviamo anche ai giorni nostri con gruppi come Rage Against The Machine, Public Enemy e Atari Teenage Riot.

Ma cos’è una canzone politica? È un brano che riesce a fermare il tempo e a raccontarci, ancora una volta, una vicenda che il tempo ha cercato di offuscare e che il potere ha cercato di nascondere. «No hay revolución sin canciones», disse una volta Salvador Allende, il Presidente del Cile ucciso nel golpe del 1973, e probabilmente è così, ma è anche vero che ci sono canzoni durate più di intere rivoluzioni e altre che sono riuscite a diventare formidabili contenuti politici molto più di saggi o pamphlet.

Lo sapevano bene Pietro Gori e Joe Hill, due dei molti protagonisti del libro, un libro che ha l’ambizione anche di ricordarci quanto sia importante che un artista prenda posizione. Perché – come dicono molti – non è vero che non serve a nulla, che una canzone rimane sempre una canzone, perché in realtà la musica ha una tale densità emotiva da far davvero cambiare la percezione delle cose. Lo abbiamo visto negli ultimi tre anni con brani come Hind’s Hall di Macklemore, dedicata al genocidio di Gaza, e con prese di posizione come quella dei Kneecap a Coachella e Glastonbury, banditi per questo dalla BBC e addirittura portati a processo. La musica fa ancora paura. La musica ha sempre fatto paura.

Non dimentichiamo che in alcune zone dell’Africa, nel Settecento, i colonialisti europei proibirono l’uso dei tamburi alle popolazioni indigene perché temevano usassero quelle percussioni e quel suono per provocare una ribellione. Il suono ha un potere che rimane ancora più forte delle parole, ha la capacità di far vivere sulla pelle di chi ascolta un’ingiustizia commessa oggi o cento anni fa. 

Tra le pagine del libro ecco così emergere personaggi come Léo Ferré, Fabrizio De André, Georges Brassens, cantautori che non si sono mai tirati indietro e hanno sempre preso posizione. Tre accordi possono spiegare il dolore di un esilio o la lotta di un popolo meglio di decine di pagine di un libro e anche per questo Anarchist Playlist – che è strutturato esattamente come una playlist – è un giro del mondo che parte dalla Toscana di fine Ottocento e arriva a Seattle, passando per il Cile, per l’Africa e per l’Argentina di Osvaldo Bayer, un altro giornalista e autore talmente inviso al potere che qualche anno fa Milei ha fatto abbattere – letteralmente – una scultura in suo onore eretta in Patagonia. Perché, soprattutto in tempi miserabili come quello in cui stiamo vivendo, la musica rimane un’enorme forma di liberazione.

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