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La segretaria alla Giustizia statunitense, Pam Bondi, ha annunciato di aver ordinato ai procuratori federali di richiedere la pena di morte per Luigi Mangione, il 26enne accusato dell’omicidio dell’amministratore delegato di UnitedHealthcare, Brian Thompson, avvenuto lo scorso dicembre a New York. Bondi ha spiegato che la decisione di chiedere la pena di morte rientra nell’ “agenda del presidente Trump per fermare il crimine violento e rendere l’America di nuovo sicura“.

Mangione è un assassino, non si discute

Luigi Mangione è un assassino. E sebbene il suo gesto sia appoggiato da un’orda di disperati e dimenticati in un sistema pazzo e impazzito, è e resta un assassino. E per gli assassini sono state inventate le carceri: se e quanto la galera rieduchi, tuttavia, è un discorso che merita una digressione a parte. La clausura imposta per legge è già di per sé una severa punizione per chi commette un crimine. L’interruzione della vita, la messa in pausa del domani, la privazione del progetto che è la vita. Questo per punire e tutelare gli altri là fuori. I contrattualisti chiamavano pactum unionis e subjectionis i momenti in cui gli esseri umani si sono stretti per paura, perché homo homini lupus, e poi si sono sottomessi all’idea di Stato. Bene, lì nacque la libertà: quella che termina quando ha inizio quella dell’altro.

La libertà la dona lo Stato, e dunque lo Stato può togliercela. Ma la vita, dall’utero della madre fino al camposanto non è una regalia del Leviatano: ergo, lo Stato non ha il diritto di toglierla a nessuno. Su questo punto sono stati scritti fiumi di inchiostro, è stato versato sangue, si sono vergate leggi. Come accadde per la schiavitù, quella che i Padri Fondatori chiamavano “peculiare istituzione” perché non avevano il coraggio di chiamarla con il suo nome, anche la pena di morte annega negli eufemismi. “Pena capitale” è uno di questi: deriva dal latino poena capitalis, dove “caput” significa “testa”. Questo perché, nell’antichità, molte esecuzioni prevedevano la decapitazione come metodo principale di esecuzione. Amiamo ancora far rotolare le teste, dunque, come nel Terrore robesperriano. Oppure ancora “giustiziare“, si suol dire: come se il tristo mietitore a suon di legge restituisca il maltolto ed educhi il prossimo.

Come potrebbe essere ucciso Mangione

Negli Stati Uniti esistono cinque metodi legali di esecuzione, anche se il loro utilizzo varia a seconda dello Stato. Il metodo più comune è l’iniezione letale, che utilizza un protocollo a uno o tre farmaci, ma è spesso oggetto di controversie per esecuzioni mal riuscite e difficoltà nel reperire i prodotti necessari. L’elettrocuzione con la sedia elettrica, introdotta nel 1890 a New York, è ancora legale in alcuni Stati come Alabama, Florida e Tennessee, nonostante i numerosi episodi di esecuzioni dolorose. La camera a gas, che prevede l’uso di cianuro o gas azoto, è ancora consentita in Arizona e California, sebbene sia considerata particolarmente crudele. Il plotone di esecuzione, attualmente legale in Utah, Oklahoma e South Carolina, è raro ma ritenuto più affidabile rispetto all’iniezione letale. Alcuni Stati consentono ai condannati di scegliere tra questi metodi, a seconda della data della condanna. “Come è umano lei”, direbbe il ragionier Fantozzi.

E dietro quest’industria c’è un’infinità di uomini e di donne che questo metodo lo avalla, lo studia, lo cesella, lo affina. Dal progettista della sedia elettrica efficace alla casa farmaceutica che vende il farmaco per le esecuzioni, dall’azienda che fabbrica i lettini alla cuoca dell’ultimo pasto del condannato, il progettista delle bare per condannati a morte, il medico che accerta il decesso, il disegnatore delle cinghie per la contenzione, il sarto delle tute arancioni… Un boia che possiede migliaia di mani. Chi ha assistito a una condanna a morte restituisce visioni orribili: vomito, diarrea, spasmi, urla, odore di carne cotta, occhi all’indietro, puzza di urina: come se fosse necessario vedere per essere repellenti a questa barbarie.

Perché il boia deve fermarsi

Sul referto medico che attesta la morte di un condannato che ha passato il Miglio verde c’è scritto “omicidio”: quasi una marezzatura di onestà intellettuale nel riconoscere ciò che è. E pensare che nel 1972 nel caso Furman v. Georgia, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale l’applicazione arbitraria della pena di morte, imponendo una moratoria di fatto fino alla riforma delle leggi statali. Anche se la pena di morte fu reintrodotta nel 1976 (Gregg v. Georgia), il caso segnò un momento decisivo nel dibattito americano. In quell’occasione, i supremi giudici non fecero altro che leggere bene la Costituzione. VIII Emendamento: proibizione assoluta di punizioni crudeli e inusuali da parte dello Stato. Venne scritto nel 1791. E se non bastasse il XIV, nel 1868, sancì la garanzia di uguale protezione di fronte alla legge per tutti i cittadini; lo Stato non può, in nessun caso, privare un cittadino dei diritti fondamentali (vita, libertà, proprietà) senza un adeguato procedimento legale. 1868.

Il problema, ora, non è se Mangione sia pazzo o meno. Non è nemmeno se questo processo rischia renderlo o meno un eroe. Il problema non è quanti anni di carcere merita. Nel comunicato stampa, Bondi ha affermato che l’omicidio del signor Thompson “è stato un atto di violenza politica” e che “potrebbe aver comportato un grave rischio di morte per altre persone” nelle vicinanze. E dunque si punisce un omicidio con un altro omic, mentre negli Stati Uniti la violenza politica veste i guanti bianchi dell’ipocrisia permeando ogni angolo della vita pubblica: è nelle parole e nell’iconografia dell’establishment, nelle armi vendute al supermercato, nell’hybris della politica estera che uccide con le bombe e minaccia perfino con le mappe geografiche. Non occorre scomodare Caino, Beccaria o Kant: che lo Stato non abbia il diritto di togliere la vita è semplice “common sense”, un concetto sacro per gli Americani.

Noi ovviamente, non “stiamo” con Mangione. Tantomeno con gli assassini. Siamo contro la pena di morte a danno di chiunque, anche il più funesto degli assassini. Perché di questi tempi, soprattutto, se non si sta con la vita, si sta stringendo la mano del boia.

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