Nelle ultime ore la notizia della variante inglese del Covid-19 sta generando caos e allarme in tutta Europa, spingendo numerosi Paesi a misure draconiane nei confronti dei Londra. Occorre, però, in questo caso, fare una serie di precisazioni sull’argomento, pur non disponendo ancora di una storia clinica abbastanza lunga per poter conoscere le implicazioni di questa mutazione. Partiamo da un dato di fatto, ripetuto più volte dagli scienziati in questi mesi: tutti i virus mutano ed il Covid-19 è già mutato numerose volte in virtù di una sua efficienza darwiniana. Quello che distingue la variante ormai ribattezzata “inglese” è (pare) la sua maggiore contagiosità, della quale tuttavia non si conoscono ancora le ragioni (ad esempio in termini di sopravvivenza sulle superfici ecc.). A questo aspetto, tuttavia, non corrisponde, al momento, una maggiore severità dei sintomi che si manifestano negli infetti così come del tasso di mortalità correlato.

Sembra, inoltre, smentita, l’ipotesi che questa variante renda inefficace l’imminente campagna vaccinale europea. Proprio in queste ore, l’Agenza europea del farmaco (Ema) ha dato l’ok condizionale al vaccino anti-Covid Pfizer-BioNTech aggiungendo che “al momento non ci sono indicazioni che il vaccino non funzionerà contro la variante del Covid”: lo ha dichiarato Emer Cooke, direttrice esecutiva dell’Ema.

Una sovrastima del caso inglese?

La nuova variante britannica, nota come VUI – 202012/01 o lineage B.1.1.7, è stata identificata per la prima volta nella contea del Kent il 20 settembre. Matt Hancock, il segretario sanitario del Regno Unito, ha annunciato per la prima volta l’esistenza della variante il 14 dicembre. La variante trasporta 14 mutazioni definitive di cui sette nella proteina cosiddetta spike, ovvero quella che media l’ingresso del virus nelle cellule umane. Si tratta di un numero relativamente elevato di modifiche rispetto alle varianti che abbiamo in circolazione e che già conosciamo. È importante notare, tuttavia, che molte delle mutazioni che definiscono la variante del Regno Unito sono state osservate nella SARS-CoV-2 già nelle prime fasi della pandemia.

Ad oggi, i genomi di questa variante sono stati in gran parte sequenziati e condivisi dal Regno Unito, ma vi sono segnalazioni anche in Danimarca, Australia e Paesi Bassi. Questi paesi hanno tutti mezzi scientifici molto potenti e stanno compiendo sforzi di sequenziamento del genoma molto ampi: ergo, è assolutamente possibile che queste osservazioni non riflettano la vera distribuzione di questa variante del virus, che potrebbe esistere -non rilevata- altrove. Ecco perché è fondamentale, in questa fase, la condivisione internazionale delle conoscenze scientifiche. Grazie agli sforzi di condivisione dei dati, sorveglianza genomica e risultati dei test nel Regno Unito, sembra che questa variante stia ora iniziando a dominare sulle versioni esistenti del virus e che potrebbe essere responsabile di una percentuale crescente di casi in alcune parti del Paese, in particolare nelle regioni in cui vi è un numero di casi in rapida espansione.

Una variante “utile”?

L’aspetto più interessante è che la variante inglese, oltre a non essere una così sconcertante novità, se non fosse per la velocità con la quale si è presentata, potrebbe essere addirittura un buon segno secondo molti, tra epidemiologi, genetisti e virologi. Fra questi il noto genetista della University of Leicester, Anthony J. Brookes che, nei suoi studi, sostiene questa linea di pensiero. Questa nuova variante è molto probabilmente solo una “variante asintomatica”, cioè un ceppo che sviluppa sintomi lievi o addirittura assenti. Questo è esattamente ciò che la selezione naturale potrebbe generare e che segnerebbe un grande passo avanti nell’ottenere ciò che da circa un anno si cercava di ottenere attraverso lockdown, test e tracciamento. Questo è un segnale positivo perché presumibilmente è ciò che ci aiuterà a raggiungere la tanto agognata immunità di gregge più rapidamente, con molti meno contagi e pazienti sintomatici. Intrapresa questa strada, pian piano, il virus scomparirà da solo. Tramite lockdown, test e tracciamento, secondo Brookes, abbiamo accelerato drasticamente questo processo naturale.

Davvero una variante più contagiosa?

Il Professor Brookes, però, giunge a mettere anche in discussione l’eccessiva contagiosità della variante. Un terzo degli esempi sono stati rilevati nell’Essex, un terzo nell’area di Londra e un terzo in altre aree del Regno Unito. Questa “contemporaneità” dovrebbe spiegare il perché non ci si dovrebbe allarmare: non si tratta, infatti, di un nuovo ceppo con un enorme vantaggio di trasmissione che sorge in un luogo (come l’Essex) e si diffonde da lì, a cascata, altrove. Quindi, questa situazione ritratta come spaventosa osservando i dati non depurati mostra, inoltre, che la nuova variante non è necessariamente la causa dell’aumento della prevalenza nelle regioni “problematiche” dichiarate, poiché questa aveva la stessa percentuale di manifestazione in tre regioni molto diverse.

Se si trattasse di una nuova variante con un vantaggio di rapida diffusione, sarebbe stata invece molto diffusa in una regione e successivamente nelle altre. Il picco in queste aree, dunque, potrebbe essere frutto di un aumento massiccio dei test combinato con la segnalazione del tasso di casi fuorvianti (cioè, un semplice conteggio dei positivi rilevati, che di conseguenza raddoppia se si raddoppia la quantità di test effettuati). La metrica corretta da considerare è il tasso di positività (cioè la percentuale di persone testate che ha ottenuto un risultato positivo). Sarebbe questo il caso del sobborgo londinese di Havering, una delle aree problematiche che mostra casi in aumento secondo i test, mentre il tasso di positività va nella direzione opposta.

 

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