La geopolitica della corsa allo spazio
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All’interno di numerosi media italiani il tema del coronavirus è tornato a occupare posizioni di primissimo piano. L’impressione, più volte ripetuta con superficialità, è quella di “essere tornati a maggio”. Il motivo è semplice: i nuovi casi giornalieri sono aumentati da qualche giorno a questa parte ed è subito scattato il panico.

Un panico, come hanno dichiarato vari esperti, spesso immotivato, viste anche le caratteristiche dei nuovi pazienti contagiati. Per lo più asintomatici, privi cioè di sintomi, giovani e in isolamento domiciliare. Il numero di ricoveri nelle terapie intensive, uno dei dati più significativi per valutare l’entità dell’emergenza, è irrisorio (+4 il 25 agosto). Attenzione: tutto ciò non significa prendere sotto gamba il virus, che resta un problema serio e da affrontare rispettando le indicazioni sanitarie fornite dalle autorità.

Appare tuttavia esagerato e fuori luogo proporre una narrazione apocalittica come quella apparsa nelle ultime settimane su giornali e tv. Anche perché, se guardiamo al resto d’Europa, troviamo situazioni che sulla carta sono ben peggiori del contesto italiano. Eppure nessun epidemiologo straniero si cimenta in previsioni altamente ipotetiche in merito a cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi. È vero che il Sars-CoV-2 è ancora una piaga da estirpare, ma è altrettanto vero che l’Italia – così come in generale l’intera Europa – è ben lontana da essere tornata nell’incubo di marzo-aprile.

Il caso della Spagna

Dicevamo: in Italia sono tutti molto preoccupati per l’improvvisa crescita della curva epidemiologica. C’è chi ha accusato i giovani, colpevoli di essersi lasciati andare a una movida senza regole, e chi ha puntato il dito contro i vacanzieri. Prendiamo adesso la Spagna. El Mundo ha pubblicato un articolo in cui ha provato a spiegare il motivo per cui la penisola iberica sia il “peggior Paese” d’Europa nella lotta al coronavirus.

Tante sono le cause citate nel pezzo: dall’imprevedibilità politica alle misure autonome prese dalle varie comunità locali passando per l’assenza di messaggi forti indirizzati dalle autorità alla società. Numeri alla mano, la Spagna conta 386.054 infezioni dall’inizio della pandemia e oggi viaggia a un ritmo di incidenza cumulativa di 152 infetti per 100mila abitanti. Peggio di Madrid ci sono soltanto il Regno Unito, con 324.601, e, in proporzione, Malta con 121.

Detto altrimenti, non c’è una nazione che abbia dati peggiori di quelli spagnoli. Per quale motivo? Gli esperti hanno fatto il loro meglio, ma a pesare in negativo c’è stata la mancanza di coordinamento tra il governo centrale e le varie comunità autonome. Un fatto grave, che si somma a un sistema di monitoraggio da rivedere, all’elevata mobilità della popolazione, una scarsa disciplina sociale e raccomandazioni non sempre rispettate. Fa specie che le stesse critiche rivolte all’Italia, per una volta, siano destinate alla Spagna. Anche perché sembra che l’apocalisse sia soltanto a Milano, quando la situazione nostrana è identica, se non peggiore, a quella rilevata in altri Paesi europei.

Il “peggior Paese” d’Europa nella lotta al Covid

Facciamo un esempio per capire quali sono stati gli errori in cui è incappata la Spagna. L’uso delle mascherine è stato reso obbligatorio con un regio decreto a partire dallo scorso 21 maggio. La ratifica è arrivata il 9 giugno. La prima comunità ad attuare il decreto? La Catalogna, il 9 luglio. L’ultima? Canarie, il 14 agosto, a un mese di distanza.

Insomma, alla fine la Spagna ricorrerà all’utilizzo dei militari per intensificare il tracciamento dei contatti e disporre test mirati. Il primo ministro Pedro Sanchez ha annunciato che il governo metterà a disposizione 2mila soldati per monitorare le infezioni nelle comunità autonome. “Piegheremo di nuovo la curva dei contagi”, ha affermato il premier in conferenza stampa.

Sanchez si è poi impegnato a facilitare la capacità delle comunità autonome di disporre blocchi e limitare la mobilità, qualora la pandemia dovesse peggiorare. Il tasso di infezione è “preoccupante“, ma “lontano dalla situazione di metà marzo”, quando il governo ha imposto lo stato di emergenza, ha assicurato il premier. Nel Paese iberico sono stati registrati nelle ultime 24 ore 2.415 nuovi casi di Covid-19 e 52 decessi. Il picco – ancora una volta – è stato rilevato a Madrid, che ha confermato 768 nuovi positivi. No, nonostante questi numeri in Spagna non c’è alcuna apocalisse.

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