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Non si può capire perché la questione arcobaleno abbia polarizzato così profondamente la società polacca, al punto tale da provocare gravi disordini pubblici, leggendo l’intera vicenda con delle lenti occidentalo-centriche. La Polonia era e resta un Paese storicamente posizionato a metà tra l’Occidente e l’Oriente, tanto geograficamente quanto culturalmente, e non si può comprendere adeguatamente il livello di tensione senza partire da questo punto.

In breve, ciò che sfugge alla grande stampa e agli analisti politici tradizionali è che questa battaglia, che nel resto dell’Unione Europea sta venendo dipinta come un fatto squisitamente politico e piuttosto anacronistico, in Polonia sta venendo vissuta come parte di uno scontro di civiltà: un tentativo di resistenza culturale contro l’imposizione di un’ideologia partorita dall’estero, che viene ritenuta suscettibile di disintegrare l’identità storica della nazione polacca.

La santa alleanza tra PiS e chiesa cattolica

I disordini di Varsavia del 7 agosto verranno ricordati dalla posteriorità come l’evento spartiacque più importante della storia recente della Polonia. Un evento spartiacque non dal punto di vista geopolitico ma da quello culturale e sociale. Infatti, a partire da quel caldo pomeriggio estivo, la tensione tra il fronte conservatore e quello arcobaleno è aumentata costantemente e con gradualità, sulla spinta dell’aumento dell’intolleranza del secondo verso la libertà di culto e di pensiero. Quest’ultimo punto ha comportato lo stabilimento di presidi di polizia a tutela di alcune chiese della capitale e all’aumento dei contatti ravvicinati tra gli attivisti lgbt e gli attivisti di destra durante le azioni di disturbo condotte dai primi ai danni dei fedeli cattolici in procinto di assistere alle messe.

Malgrado la grande stampa continui a dipingere i tafferugli del 7 agosto come il risultato di un gay pride represso dalle autorità o, in alternativa, come una reazione popolare all’arresto arbitrario delle forze dell’ordine di un cittadino polacco colpevole semplicemente del suo orientamento sessuale e di aver issato la bandiera arcobaleno su una serie di monumenti storici e religiosi, la realtà è che quell’attivista, noto come Margot Szutowicz, era stato fermato poiché condannato a due mesi di carcere per un’aggressione consumata lo scorso giugno ai danni di un volontario di un’organizzazione provita.

Non si era trattato di una reazione popolare: ad inveire contro gli agenti, causandone la reazione, erano stati i conoscenti e i colleghi di Szutowicz, rapidamente raggiunti da centinaia di esponenti di altri gruppi queer, lgbt e anarco-femministi della capitale. In totale, all’apice degli eventi, una folla di almeno 1.500 persone avrebbe preso parte ai tafferugli che hanno determinato il punto di rottura definitivo per una società già profondamente divisa e polarizzata.

Da quel pomeriggio nelle stanze dei bottoni di Diritto e Giustizia (PiS) e della chiesa cattolica ha iniziato ad essere discusso l’approntamento di una strategia di resistenza culturale capace di impermeabilizzare la nazione all’infiltrazione e all’attecchimento delle “ideologie straniere”. Andrzej Duda e Marek Jedraszewski, che sono rispettivamente il presidente della repubblica e l’arcivescovo di Cracovia, hanno equiparato l’ideologia di genere al comunismo, mettendo in guardia i cittadini e i fedeli dei rischi che un suo eventuale sdoganamento comporterebbe per l’identità della Polonia.

Anche la Conferenza Episcopale della Polonia ha preso una posizione ufficiale sulla questione nei giorni successivi ai fatti del 7 agosto, accusando i movimenti lgbt di voler imporre alla maggioranza dei comportamenti “moralmente biasimabili” e, sembrerebbe, iniziando a discutere di un tema controverso e dibattuto: l’introduzione delle terapie di conversione. Queste pratiche, ormai dichiarate fuorilegge in gran parte dei Paesi occidentali, sono state sviluppate negli Stati Uniti e hanno goduto di un certo successo fino agli anni ’90, diventando monopolio della destra religiosa e del protestantesimo evangelico, salvo poi essere gradualmente screditate e cadendo infine nella damnatio memoriae.

Considerando che il lancio della campagna governativa contro l’ideologia di genere basata sulla realizzazione di comuni liberi dall’ideologia lgbt (lgbt-free) è stato sufficiente a giustificare un’entrata in scena dell’Unione Europea, che di recente ha iniziato a privare i comuni aderenti all’iniziativa dell’accesso ai fondi comunitari, è intuibile che l’eventuale implementazione delle terapie di conversione – alle quali, ad ogni modo, non si partecipa per coercizione ma per libera scelta – potrebbe facilmente condurre ad uno scontro frontale: l’introduzione di multe e sanzioni nei confronti di Varsavia.

Il piano di PiS

Il governo sta cavalcando con difficoltà l’onda di conflitto socioculturale che sta attraversando il Paese che, lungi dall’essere il bastione di conservatorismo descritto comunemente, è estremamente diviso a livello di valori e visioni del mondo. La polarizzazione è particolarmente accentuata fra le aree urbane e rurali, che sono rispettivamente il bacino elettorale di riferimento della sinistra liberale e della destra conservatrice.

La strategia di PiS sta venendo svelata poco alla volta, probabilmente perché ancora in fase di elaborazione, ma un punto sembra essere certo: la volontà di giungere ad un “disaccoppiamento culturale” dall’Ue e dal sistema di valori da essa promanante.

Il primo indizio a supporto di questa ipotesi proviene dall’intenzione di ritirare l’adesione alla convenzione di Istanbul, un documento dal carattere giuridicamente vincolante del Consiglio d’Europa aperto alla firma dal 2011. Il testo ha attratto le critiche di diverse forze politiche di stampo conservatrice per via di alcune disposizioni ed articoli, fra i quali la sostituzione di “sesso” con “genere”, dove quest’ultimo viene definito come una costruzione sociale, che lo renderebbero l’anticamera perfetta per lo sdoganamento dell’ideologia di genere.

Il secondo indizio è stato fornito dalla recente decisione del governo di non abolire l’iniziativa delle città libere dall’ideologia lgbt ma, anzi, di procedere direttamente all’elargizione di denaro a quei sei comuni privati dell’accesso ai fondi comunitari. Il primo comune a ricevere il denaro è stato Tuchow, il cui sindaco il 18 agosto ha ricevuto un assegno di 57mila euro dal ministro della giustizia, Zbigniew Ziobro, durante una cerimonia ampiamente pubblicizzata.

Se il duo Duda-Morawiecki dovesse riuscire nel tentativo di de-liberalizzare la società, ovvero riducendo a tassi risibili il fascino esercitato sulla popolazione dai valori del mondo liberal-progressista, verrebbe definitivamente spianata la strada per il successo del piano di rinascita nazionale formulato da Jarosław Kaczyński, co-fondatore di PiS ed eminenza grigia del conservatorismo polacco.

Quella visione, che guardando ai numeri delle recenti parlamentari gode di un vasto appoggio popolare, anela a trasformare la Polonia in un catechon basato su due imperativi: la resistenza a oltranza contro il presunto declino morale della civiltà occidentale, con annesso il ruolo-guida nella rinascita spirituale nell’Europa centrale, e la capacità di sopravvivere ad un eventuale ritorno al passato, ossia un accerchiamento bifronte da parte russo-tedesca.

La questione lgbt sta alimentando un subbuglio senza precedenti perché va considerata per quel che è realmente: il banco di prova per il futuro della visione di Kaczyński. Comunque vada, che abbia successo o fallisca, è da questa visione dogmatica che è nata la lotta per il destino della Polonia: bastione etereo ed eterno dell’Europa cristiana e conservatrice, o nuova appendice di un mondo liberal in continua espansione.

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