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Xian, 13 milioni di abitanti, Cina centrale. Siamo nella provincia dello Shaanxi, nell’antica città imperiale che custodisce l’Esercito di terracotta, e che oggi ospita il peggior focolaio cinese di Covid-19 dopo Wuhan nel 2020. Da otto giorni l’intero centro è bloccato, come da disposizione delle rigorose regole di contrasto alla pandemia adottate dalla Repubblica Popolare in casi del genere. Nessuno può entrare o uscire, test a tappeto, chiusura delle attività commerciali; insomma, niente di nuovo sotto al sole.

Un problema piuttosto delicato che era emerso anche a Wuhan – ma apparentemente in formato ridotto – riguarda l’approvvigionamento di cibo, sempre più complicato, da parte dei residenti di Xian. Il Ministero del Commercio ha rassicurato i cittadini – che nel frattempo si sono lamentati della carenza di generi alimentari – spiegando loro che avrebbero ottenuto tutte le forniture di base necessarie, cibo compreso.

“Il Ministero del Commercio sta collaborando con i dipartimenti del governo locale, con ulteriori misure per garantire che le consegne vengano regolarmente effettuate e che i prezzi dei generi alimentari siano stabili, rispondendo ai cambiamenti introdotti dalla pandemia, dall’offerta e dalla domanda del mercato”, ha chiarito il portavoce del Ministero, Gao Feng. Quello che sta accadendo a Xian, Covid a parte, fotografa un fenomeno troppo spesso lasciato in secondo piano: la rapida carenza di cibo. Un fenomeno dovuto a molteplici fattori.

Cibo a ruba

Il virus è soltanto una delle variabili in gioco. Senza ombra di dubbio, quando una città abitata da decine di milioni di residenti finisce in quarantena è normale che possano emergere problemi logistici nella consegna del cibo e di altri beni di prima necessità. Poiché le persone non possono uscire dalle rispettive abitazioni, l’organizzazione della quotidianità di ogni singolo residente viene traslata nelle mani delle autorità, le quali decidono come e quando rifornire i nuclei familiari.

Arriviamo così al secondo problema: l’isteria. Vedendo che a Xian qualcuno sta facendo i conti con carenze di vario tipo, e nel timore che nell’immediato futuro anche altre città possano subire restrizioni anti Covid, nel resto della Cina sempre più persone hanno iniziato a precipitarsi nei centri commerciali per fare scorte di cibo.

Il terzo e ultimo problema con il cibo, sempre legato al virus, riguarda la carenza di lavoratori; più pazienti finiscono contagiati o in quarantena, e meno lavoratori risultano abili e arruolabili per sopperire anche ai lavori basilari, come trasporto o vendita di generi alimentari.

Le scorte di generi alimentari

Già nel novembre 2020 le autorità cinesi raccomandavano ai cittadini quali prodotti acquistare per accumulare scorte in caso di emergenza. Nella provincia del Guandong, la commissione sanitaria rilasciava addirittura un elenco di 33 articoli dei quali le famiglie avrebbero dovuto munirsi in abbondanza. La lista includeva, tra gli altri, tamponi antibatterici, dispositivi di protezione individuale, strumenti utilizzabili in caso di blackout e calamità simili e, ovviamente, cibo.

Nel novembre 2021 la storia si è ripetuta, e l’avvertimento è stato ancora più esplicito. Il Ministero del Commercio ha consigliato alle famiglie cinesi di fare scorta di generi di prima necessità per le esigenze della vita quotidiana e per eventuali emergenze. Lo stesso Ministero ha quindi esortato le autorità locali a stabilizzare i prezzi e a garantire le forniture di beni di prima necessità, verdure incluse, per l’inverno e la primavera. Questa tendenza, come abbiamo visto per Xian, si sta consolidando sempre di più. Ma per quale motivo? È davvero tutto collegato alla pandemia – tra quarantene e problemi logistici – o c’è dell’altro?

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