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Le dispute territoriali aggravate dalla storia e da un passato che fatica a scomparire. Il continuo aumento del costo delle abitazioni nelle megalopoli. Il gap sempre più marcato tra ricchi e poveri, la recente corsa al riarmo, preoccupanti sacche di inquinamento e il rischio pressoché costante di conflitti regionali. Certo, l’Asia deve fare i conti con tutto questo. Ma il suo vero, grande, e forse più pericoloso problema – perché subdolo e invisibile agli occhi dell’opinione pubblica – è un altro: la demografia.
In gran parte del continente, nelle aree più sviluppate e dove le economie sono mature, le persone non fanno più figli, hanno smesso di sposarsi come prima, sono schiacciate dalla durissima competizione lavorativa, disilluse dalla realtà. L’inverno demografico dell’Asia orientale, lì dove si trovano Cina, Giappone e Corea del Sud, avrà un impatto rilevante sulla prosperità economica della regione, sui calcoli politici dei governi in carica e, last but not least, sulle decisioni di dichiarare eventuali guerre ai rivali.
Il discorso è dannatamente semplice: senza un ricambio generazionale, non ci saranno sufficienti forze per alimentare i sistemi previdenziali, l’esercito e interi settori lavorativi fondamentali per far progredire l’economia.

L’inverno demografico dell’Asia orientale
Secondo l’Asian Development Bank (ADB), entro il 2050 una persona su quattro in Asia avrà più di 60 anni, un incremento triplo rispetto ai dati registrati nel 2010. La Cina, la locomotiva della regione, tra il 2011 e il 2050 rischia di fare i conti con un’emorragia di 220 milioni di individui in età lavorativa. Da qui al 2050, la popolazione del Giappone potrebbe diminuire del 16%, mentre il numero di anziani che vivono da soli aumenterà del 47%.
Anche gli ultimi dati pubblicati dal ministero degli Interni e della Sicurezza di Seoul evidenziano il problema demografico della Corea del Sud, dove la popolazione di età pari o superiore a 65 anni ammonta a 10,24 milioni, ovvero il 20% del totale (circa 51 milioni). E dove il tasso di natalità si aggira intorno allo 0,75, il più basso al mondo, ben lontano dal 2,1 necessario secondo gli esperti per mantenere una popolazione stabile in assenza di immigrazione.
Perché l’inverno demografico è un tema così rilevante? Semplice: con l’invecchiamento della popolazione, i Paesi sono chiamati ad affrontare sfide delicate come l’aumento dei costi sanitari, la riduzione della forza lavoro e la potenziale stagnazione economica. Queste sfide interne, a loro volta, avranno un impatto sulla politica estera, sulle capacità militari e potrebbero influenzare le dinamiche di potere regionali. Detto altrimenti, l’invecchiamento della popolazione può limitare la crescita economica di una nazione alterando i rapporti di forza.

Aspettando la primavera
Risolvere il problema demografico non è affatto semplice, in primis perché ogni Paese dell’Asia orientale ha peculiarità diverse. In Cina, per esempio, il Partito Comunista ha messo in moto varie iniziative per invertire la tendenza (ne abbiamo parlato qui): sovvenzioni economiche, bonus e sussidi alle famiglie per ogni figlio nato.
La Corea del Sud ha introdotto l’estensione del congedo di paternità retribuito, l’offerta di “buoni per neonati” ai neogenitori e numerose campagne sociali per incoraggiare gli uomini a contribuire all’assistenza all’infanzia e ai lavori domestici (ne abbiamo parlato qui). Il Giappone ha reso gratuiti gli asili nido a Tokyo e, sempre nella capitale, sta sperimentando la settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, in modo da promuovere un maggiore equilibrio tra vita familiare e lavorativa. Misure del genere, però, rischiano di rimanere vane se i governi non risolvono il problema alla radice, riducendo il costo della vita, che per molti è diventato quasi insostenibile nelle grandi metropoli.
In ogni caso, accanto alle politiche assistenziali, alcuni hanno individuato altre due potenziali soluzioni per contenere le conseguenze dell’inverno demografico: puntare sull’automazione lavorativa e sui robot, e aprire le porte ai migranti. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, è utile fare un confronto con alcuni Paesi occidentali. Il numero di immigrati in percentuale della popolazione totale in Germania è del 19%, negli Stati Uniti del 15%, nel Regno Unito del 14% e in Francia del 13%; i rapporti per Giappone, Corea del Sud e Taiwan sono invece compresi tra il 2% e il 4%. In Cina, secondo la World Population Review, il valore sarebbe addirittura pari allo 0,07%. Troppo basso per uscire dall’inverno ed entrare nella primavera.

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