Molti analisti e commentatori hanno recentemente sottolineato il fatto che le industrie farmaceutiche stiano, in queste ultime settimane contraddistinte dalla crescente tensione per il Coronavirus, sperimentando una fase di espansione e rally borsistico. Ad esempio a Piazza Affari, nella giornata di tonfo del 24 febbraio scorso, tra i titoli migliori si è piazzato Gilead Sciences, con un rialzo del 7,66%.

Troppo spesso semplificazioni e disinformazioni di varia natura portano a ritenere naturale che ciò sia, in qualche modo, un effetto voluto, un cinico tentativo di guadagnare dal panico tra la popolazione; i complottisti più esasperati arrivano a vedere l’ombra sinistra di Big Pharma dietro l’inizio stesso dell’epidemia.

Non si vuole in questa sede dare alcuna pubblicità o notorietà agli artefici di queste teorie che, purtroppo, stanno aggiungendo confusione su confusione al dibattito online sul Coronavirus, ma provare a spiegare i fondamenti economici di questa evoluzione. “Il diffondersi di nuovi virus genera una apparente attivazione dei comparti della ricerca e della sperimentazione che di solito ha, soprattutto in Borsa, un effetto positivo per le società farmaceutiche e biotech”, sottolinea Il Fatto Quotidiano. Si aggiunge a ciò un effetto psicologico che porta gli investitori a ritenere veri e propri beni rifugio le azioni delle società che ricercano e sperimentano contro le epidemie.

Le borse scontano i progressi globali della ricerca sul virus, non a caso certificati anche dai maggiori dirigenti dell’Organizzazione mondiale della sanità in un articolo su The Lancet. Non si tratta però necessariamente di un effetto duraturo: “Le oscillazioni spesso dipendono dalle notizie che vengono fatte circolare e dai progressi che le aziende riescono a fare. Nonché dalle dimensioni dell’epidemia” e, di conseguenza, delle prospettive di una pronta risposta della comunità scientifica.

Aziende e gruppi farmaceutici nel mondo hanno accumulato, negli ultimi decenni, un carico di critiche non indifferente su temi quali la crisi degli oppiacei statunitensi o i finanziamenti targettizzati alle organizzazioni internazionali che si occupano di ricerca farmacologica, ma definirle in maniera manichea come immacolate o, dal lato opposto, ciniche speculatrici sulla salute dei cittadini del pianeta significa operare un pericoloso riduzionismo. Da smentire con grande forza l’idea che negli armadi di Big Pharma fosse pronto un farmaco o un vaccino pronto solo a essere commercializzato: aziende come la GlaxoSmithKline e la Pfizer, possono spendere fra i 500 e mille milioni di dollari per la ricerca e la sperimentazione di un vaccino con la certezza di poter commercializzare solo circa il 7% dei prodotti di ricerca. Un vaccino, poi, prima di essere operativo deve superare test clinici e sperimentazioni serrate che rendono impossibile pensare a un prodotto pronto a essere messo in circolazione prima di aver raggiunto un livello di maturazione e una soglia di sicurezza accettabile.

Come sottilinea StartMag, il boom in borsa potrebbe essere stato determinato proprio dall’inizio di una corsa massiccia al vaccino da parte di aziende contemporaneamente in cooperazione e concorrenza, che ha attratto sul settore un aumento delle prospettive di investimento pubblico e privato. Tra le aziende più ottimiste sul campo, sottolinea StartMag, si trovano due gruppi italiani biomedici che lavorano al vaccino, “la Takis e la Evvivax, che se pensano di avviare la sperimentazione sull’uomo solo in poche settimane, sono costrette ad ammettere che l’antidoto non arriverebbe in commercio prima dell’estate”. “In quattro, massimo cinque settimane potremmo concludere gli studi sui roditori e passare poi all’ uomo, per averlo disponibile forse anche entro questa estate”, ha detto alla testata Luigi Aurisicchio, amministratore delegato delle due aziende. Più cauta sul tema la virologa Ilaria Capua, secondo cui per un vaccino pienamente operativo ci vorrà più tempo, da sei a otto mesi.

Tutto questo creerà pressioni e aspettative sul sistema sanitario e sull’industria attiva nel settore. Per un’azienda farmaceutica che si ritrova a dover sopportare investimenti iniziali notevoli, ampi costi di gestione e ricavi incerti, inoltre, un boom borsistico in una fase emergenziale può essere un’arma a doppio taglio: sul lungo periodo esso corrisponde a investitori da soddisfare, dividendi da distribuire, risultati da realizzare. Cosa che non è certamente garantita in partenza: l’intreccio tra borsa e salute è sempre da guardare con occhio clinico e ampie prospettive. Nella certezza che nel caso Coronavirus i complottismi stanno a zero, e aiutano solo a amplificare la pericolosa “infodemia” delle ultime settimane.