Sono passati nove anni dallo scoppio della guerra in Siria. Ad oggi, il 70% del territorio è ritornato sotto il controllo del presidente Bashar al-Assad, sostenuto da Russia e Iran. Molte delle zone riconquistate dalle forze governative negli ultimi anni erano finite nelle mani dei ribelli jihadisti, che avevano drasticamente modificato la vita quotidiana dei cittadini siriani e imposto loro il rispetto di un nuovo ordine sociale basato sul terrore. Tra le province cadute sotto il loro controllo vi era anche quelle di Hama, nel nord-ovest del Paese. Adesso però la provincia è ritornata in mano ad Assad dopo una lunga battaglia e la vita sta pian piano tornando alla normalità.

Il pistacchio

Fadi al Mahmoud è un coltivatore di pistacchio, uno dei frutti maggiormente esportati nel periodo pre-guerra tanto in Medio Oriente quanto in Europa. Prima del 2011, la Siria produceva circa 80mila tonnellate di pistacchio ogni anno, soddisfacendo così la domanda interna e potendo riversare il prodotto anche sui mercati esteri. Con lo scoppio del conflitto però, i contadini sono stati costretti ad abbandonare i propri campi e nessuno ha più potuto occuparsi dei famosi alberi da frutto. “Il pistacchio ha bisogno di molte cure”, spiega al Mahmoud all’Afp. “Il terreno ha bisogno di essere arato quattro volte l’anno e bisogna trattare gli alberi con il pesticida almeno due volte l’anno”. Date le particolari cure di cui necessita il pistacchio, difficilmente i contadini riusciranno ad ottenere molto nel breve periodo, ma non si danno per vinti: “Spero di potermi rifare presto di tutto quello che ho perso durante la guerra”, prosegue al Mahmoud mentre controlla lo stato dei frutti. Normalmente, la raccolta dei pistacchi avviene in due momenti diversi per scopi differenti: il primo si svolge dalla metà di luglio agli inizi di agosto, quando i frutti sono ancora di un verde pallido e non completamente maturi; il secondo invece è previsto per la metà di agosto, periodo in cui i semi di pistacchi sono ormai rossi. Il primo raccolto viene usato principalmente da pasticceri e gelatai per la produzione di prodotti dolciari, mentre il secondo è venduto al mercato fresco o tostato.

Negli ultimi però anni nessuno ha potuto raccogliere questi frutti: a causa di bombardamenti, scontri armati, soprusi da entrambe le parti in conflitto e mine anti-uomo nascoste nei luoghi e negli oggetti più impensabili, i contadini di Hama e in generale del nord-ovest hanno dovuto abbandonare i loro raccolti. Una situazione fotografa anche dagli ultimi dati forniti dal ministero dell’Agricoltura, secondo cui un quarto dei campi siriani è ancora troppo danneggiato dagli ultimi nove anni di guerra per poter essere coltivato. Ad Hama però i contadini non si sono dati per vinti e sono tornati pian piano alle loro terre. “Gli alberi di pistacchio sono il polmone che permette alla nostra regione di respirare”, continua al Mahmoud. La provincia di Hama, come detto, è tornata da poco sotto il controllo di Assad, ma i pericoli ancora restano: il terreno è disseminato di mine anti-uomo piantate dai miliziani mentre abbandonavano definitivamente l’area. “Prima della guerra producevamo tonnellate di pistacchio ogni anno e le distribuivamo nei mercati locali o le esportavamo”, ricorda un altro contadino di Hama. “Questo è il primo anno in cui possiamo ritornare senza paura ai nostri campi. Spero che la produzione torni ai livelli pre-bellici”.

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