Il termine lockdown sembra ormai esser scomparso dai radar. Nessuno lo usa più all’interno dei dibattiti televisivi, nessuno lo scrive più sui giornali. Molto meglio utilizzare una perifrasi più neutra: zone rosse locali. L’Italia si è così trasformata in un Arlecchino multicolore, con Regioni e Comuni terrorizzati all’idea di ritrovarsi sotto le grinfie della massima misura restrittiva. Qualcuno penserà quindi che, rispetto a un anno fa, ci sia stato un notevole passo in avanti. In teoria dovrebbe essere così, visto che il lockdown nazionale costringeva tutto il territorio a finire il letargo, mentre le chiusure locali consentono un margine di respiro alle zone virtuose.
D’altro canto ha poco senso cambiare impalcatura se, cambiando anche gli indicatori che regolano il passaggio da una zona a un’altra, il risultato ottenuto – a grandi linee – è lo stesso del vecchio lockdown: la sospensione del Paese. In generale, tranne il Regno Unito, in gran parte d’Europa il virus è tornato a correre, al punto da spingere i governi a inasprire le misure restrittive in vista delle festività pasquali. Ogni Paese ha ovviamente uno scenario epidemiologico a parte, ma il punto è che i leader dell’Ue temono un’impennata dei contagi in concomitanza con i ritrovi familiari, pranzi e altre ragioni di ritrovo.
Situazioni differenti, (quasi) stesse misure
Premesso che l’utilità del lockdown è stata ridimensionata da molteplici studi scientifici, è interessante fare un paio di analisi sulla nuova ondata che sta minacciando il Vecchio Continente. Innanzitutto, è pressoché impossibile numerare questa ondata, visto che per alcuni si tratta sempre della seconda ondata, mentre per altri è già la terza o la quarta. Questo perché, come anticipato, il virus ha corso diversamente da Paese a Paese.
In Europa i nuovi casi sono stimati in circa 180-190 mila al giorno, mentre i decessi quotidiani si aggirano intorno alle 3 mila unità. La situazione è però ben diversa rispetto a quella affronta in autunno, diciamo a cavallo tra ottobre e la fine di novembre. In quel periodo, il picco fu toccato l’8 novembre, con una media settimanale di 383.73 casi totali per milione di persone. Abbiamo poi assistito ad altri picchi: il 23 dicembre (293.71) e l’11 gennaio (336.86). Al momento – secondo gli esperti siamo – o siamo quasi arrivati – al momento clou – viaggiamo intorno a una media di 200 mila contagi per milione di persone.
Morti in calo
Ma il dato che più ci interessa non è tanto il numero di contagi, quanto quello relativo ai decessi. Detto in poche parole, oggi si muore molto meno rispetto ai mesi precedenti. Dando un’occhiata alla situazione di ciascun Paese, notiamo un netto calo di morti giornaliere. Se la scorsa primavera, nel bel mezzo della prima ondata, in Italia il case fatality rate (CFR) – una sorta di bussola per capire il rischio di mortalità della malattia – sfondava il tetto del 14%, oggi quel valore è ben inferiore al 4%. La Francia, ad esempio, è passata da un CFR del 15% di giugno al 2% attuale. La Germania, mai andata oltre il 4.6%, viaggia oggi attorno al 2.9%.
Una domanda sorge spontanea: visto che in Europa, a quanto pare, i decessi sembrerebbero esser diminuiti, perché non ampliare le strutture ospedaliere, così da ricoverare gli eventuali positivi bisognosi di ospedalizzazione, e scongiurare nuovi, rischiosissimi lockdown mascherati da zone rosse? Possiamo proseguire la nostra disamina facendo una nuova domanda: perché i decessi sono in calo? Sul tavolo ci sono varie opzioni. Senza ombra di dubbio le autorità sanitarie hanno imparato a conoscere meglio il virus. Poi dobbiamo considerare l’impatto dei vaccini, almeno nei Paesi che hanno somministrato un numero considerevole di dosi. Infine non è da escludere un indebolimento dello stesso agente patogeno.
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