Uno dei parametri più importanti per capire l’andamento dell’epidemia è dato dalla pressione sugli ospedali. Il numero di ricoveri e persone malate in terapia intensiva riesce a dare la misura sullo stato dell’emergenza sanitaria. Sono numeri preziosi anche più dei casi giornalieri dato che non siamo ancora in grado, e forse non lo saremo mai, di individuare tutte le persone positive con screening di massa.

Per questo motivo hanno fatto scalpore le parole del commissario straordinario all’emergenza, Domenico Arcuri secondo il quale al momento “non ci siano pressioni” sulle terapie intensive e che il numero dei posti letto negli ospedali siano andati aumentando rispetto alla prima ondata nell’aprile scorso.

Arcuri ha sottolineato come oggi ci siano circa 10 mila posti e che entro dicembre il tetto dovrebbe salire fino a 11.300 posti. “Oggi”, ha aggiunto il commissario, “i ricoverati in terapia intensiva sono 3.400, quindi la pressione su questi reparti non c’è”. Il punto è che questa versione non è del tutto veritiera. Anzi i numeri sono diversi, vanno contestualizzati e soprattutto vanno posti sotto una prospettiva regionale.

Cosa dicono i numeri

Secondo il bollettino del 17 novembre il numero di persone attualmente positive è 733 mila. Le persone ricoverate sono 33.074 (+538 rispetto al giorno prima), mentre i pazienti in terapia intensiva sono 3.612, 120 in più nelle ultime 24 ore. Secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) attualmente i posti letto disponibili in terapia intensiva sono 8.423. A questi si aggiungerebbero un altro migliaio di letti, 1.067 per la precisione, per un totale potenziale di 9.490, in teoria i famosi “circa 10mila posti” di Arcuri.

Il punto è che quei dati dicono solo una parte della verità. Il primo a rispondere nel merito è stato Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia In Salute: “Dire che oggi non vi è pressione in questi reparti è un azzardo. Innanzitutto, come ripetuto più volte dagli stessi anestesisti rianimatori, non basta un singolo ventilatore per fare un posto di terapia intensiva”, ha spiegato.

Per quanto riguarda i conteggi, ha continuato Gelli, i numeri da soli non bastano a spiegare cosa succede nei reparti degli ospedali: “Non si può non tenere conto anche del tasso di occupazione dei pazienti non Covid presenti in quei reparti. Le altre patologie non sono scomparse per magia”. Fra l’altro parte del conto di Arcuri si basa su presupposti fragili, cioè il numero di respiratori disponibili. Secondo il commissario basterebbe trovare nuove sistemazioni per allargare la capacità, magari arrivando a utilizzare anche le sale operatorie.

Ma anche ammettendo che sia possibile usare tutto lo spazio fisico disponibile chi si prenderebbe cura dei pazienti? Sempre Gelli spiega che l’attivazione di oltre 11 mila posti letto apre più problemi che soluzioni: “chi assisterà quei pazienti vista la carenza di specialisti? Come segnalato dall’Aaroi-Emac nelle scorse settimane, con gli attuali organici si riesce ad assistere circa 7.000 posti letto. Al crescere di questo numero rischiamo di avere un crollo nella qualità del servizio reso a queste persone”.

Già 11 regioni sotto pressione

Oltre ai numeri, c’è anche un’altra affermazione di Arcuri che non torna, quello sulla pressione negli ospedali. Se consideriamo che l’indice di saturazione dei raparti di terapia intensiva oltre il quale si entra in emergenza è il 30% dei posti, ci sono ben 11 regioni oltre il livello di guardia. Si tratta di Umbria, Provincia di Bolzano, Lombardia, Piemonte, Liguria, Toscana, Valle d’Aosta, Marche, Emilia-Romagna, Abruzzo e Puglia, in pratica 33 milioni di italiani.

Parlando alla trasmissione Agorà, su Rai Tre, Antonio Giarratano, presidente Siaarti, la Società Italiana di Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, ha spiegato che la realtà dipinta è fuorviante. Anzi che nelle zone rosse la situazione è insostenibile: “Sostenere che 10.000 ventilatori possano garantire un sufficiente margine per sostenere questa crescita esponenziale di ricoveri in terapia intensiva significa pensare che basti saper accendere un ventilatore per salvare una vita. Purtroppo non è cosi”.

Sempre secondo i dati Agenas, ben due regioni. Umbria e Lombardia, unite alla provincia autonoma di Bolzano, mostrano indici di saturazioni sopra il 50% e altre a stretto giro potrebbero seguire.

Quanti sono davvero i posti nelle varie regioni

Per avere un’idea più completa della situazione è utile provare a vedere i dati della disponibilità ospedaliera in base alla popolazione residente nelle varie regioni. Ad esempio la Valle d’Aosta presenta un’indice di saturazione del 41% ma allo stesso tempo è quella che in Italia ha il maggiore numero di posto letto in terapia intensiva ogni 100 mila abitanti, 29,5, raggiunto grazie a un cospicuo aumento nell’ultimo periodo dato che prima della pandemia erano solo 8. Ma la regione valdostana per via delle sue caratteristiche non si presta a un’analisi completa.

Prendiamo regioni più grandi. Al secondo posto in questa sorta di classifica c’è il Veneto. La regione, una delle poche rimaste in zona gialla, ha un’indice di saturazione del 22%, probabilmente anche grazie alla disponibilità dei posti, 20,4 ogni 100 mila abitanti ottenuti raddoppiando i posti dato che nel periodo pre-covid erano 10,1. Scendendo si nota anche le buone performance di Lazio (saturazione a 21%, e disponibilità di 16,4 posti) e di Basilicata (saturazione a 21%, e disponibilità di 16,3 posti).

Complessivamente l’Italia mostra numeri non proprio lusinghieri dato che la media nazionale è di 14 posti ogni 100 mila aitanti con un aumento di 5,6 rispetto al periodo precedente l’emergenza. Il conteggio fra l’altro tiene conto dei posti attualmente a disposizione, 8.423 e non i 10 mila di Arcuri.

I potenziali aumenti dei posti letto

Il nodo infatti è che anche gli aumenti non sono così sicuri e soprattutto non riguardano tutte le regioni. Anzi. Come abbiamo visto nelle tabelle dell’Agenas si scopre che ci sarebbero 1.067 posti attiviabili, ma non sarebbero equamente distribuiti in tutto il territorio nazionale.

Almeno sei regioni al momento non avrebbero nuovi posti letto in terapia intensiva da attivare. Nello specifico Veneto, Valle d’Aosta, Molise, Friuli Venezia-Giulia e Abruzzo, recentemente entrato in zona rossa. Ma anche gli aumenti, quando previsti, non sarebbero molti. Toscana, Emilia-Romagna e Umbria non supererebbero il 10% con variazioni sull’ordine dei 10-30 posti letto. Le uniche regioni con margini di incremento sarebbero la Lombardia (+15%) che passerebbe da 1.355 a 1.530, il Lazio (+36% con +253 posti) e la Sicilia (+38% con +200 posti). Numeri che potrebbero non reggere l’ondata se nelle prossime settimane la curva dei contagi non dovesse scendere.