A quattro giorni dall’insediamento ufficiale di Joe Biden, l’amministrazione guidata da Donald Trump ha sparato l’ultimo colpo contro la Cina. Dopo aver flirtato con Taiwan, scatenando le ire di Pechino, gli Stati Uniti sono tornati a parlare dell’origine del coronavirus. Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato un report dal titolo emblematico: Fact Sheet: Activity at the Wuhan Institute of Virology. “Per più di un anno – inizia così il report curato statunitense – il Partito Comunista cinese (PCC) ha sistematicamente impedito un’indagine trasparente e approfondita sull’origine della pandemia di Covid-19, scegliendo invece di dedicare enormi risorse all’inganno e alla disinformazione”.

Al netto delle solite accuse, ripetute ormai allo sfinimento, respinte dalla controparte e non giudicabili per mancanza oggettiva di prove, c’è una parte del documento che merita particolare attenzione. È quella in cui si fa riferimento ai ricercatori del Wuhan Institute of Virology (WIV), il famigerato laboratorio di Wuhan, primo epicentro noto della pandemia. Il governo americano sostiene (il termine preciso è “ha motivo di credere”) che diversi scienziati del WIV fossero malati già nell’autunno 2019, ovvero prima del primo caso identificato della pandemia. Difficile, tuttavia, parlare con certezza di Covid, visto che la loro malattia avrebbe generato sintomi compatibili sia con il Sars-CoV-2 che con le classiche malattie stagionali. Inoltre, sul tavolo mancano prove certe per confermare una simile affermazione.

Il laboratorio di Wuhan

L’interrogativo sul quale gli Stati Uniti intendono concentrare la loro attenzione riguarda la credibilità delle dichiarazioni rilasciate da Shi Zhengli, ricercatrice senior dell’istituto. La nota virologa cinese – conosciuta anche con il soprannome di Bat Woman – aveva affermato che nell’autunno del 2019 nessuno, all’interno del laboratorio, aveva contratto infezioni di alcun tipo. Detto altrimenti, nessun membro della struttura avrebbe contratto un virus assimilabile al famigerato nuovo coronavirus (o ai suoi più prossimi parenti). Gli Stati Uniti sostengono invece che alcuni ricercatori del WIV presentassero sintomi sospetti.

Per rincarare la dose, il paper cita il precedente della Sars: “Infezioni accidentali nei laboratori (cinesi ndr) hanno causato diverse epidemie di virus in Cina e altrove, tra cui un’epidemia di Sars nel 2004”. Impossibile fugare ogni dubbio, dato che “il PCC ha impedito a giornalisti indipendenti, investigatori e autorità sanitarie globali di intervistare i ricercatori del WIV, compresi quelli che si erano ammalati nell’autunno del 2019”. La pubblicazione del rapporto, tra l’altro, è arrivata in contemporanea con la missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in Cina. Approfittando della presenza oltre Muraglia della task force di esperti internazionali, gli Stati Uniti hanno chiesto, a gran voce, che “qualsiasi indagine credibile sull’origine del virus” includa “interviste a questi ricercatori e un resoconto completo delle loro malattie precedentemente non denunciate”.

Tra esperimenti e armi biologiche

Gli Stati Uniti, questa volta, si sono spinti oltre scrivendo nero su bianco ipotesi pesantissime. Innanzitutto si fa presente che, “a partire almeno dal 2016, i ricercatori del WIV hanno condotto esperimenti che coinvolgevano RaTG13, il coronavirus dei pipistrelli identificato dall’istituto nel gennaio 2020 come il suo campione più vicino a Sars-CoV-2 (simile al 96,2%)”. Il Dipartimento americano ha poi fatto presente come il laboratorio di Wuhan, dopo l’epidemia di Sars del 2003, sia diventato un punto cardine per la ricerca internazionale sui coronavirus. Da lì in poi, il WIV ha studiato e maneggiato animali come topi, pipistrelli e pangolini. Unendo i punti – ma, ripetiamo, senza mostrare evidenze scientifiche – Washington ipotizza in modo piuttosto esplicito che l’origine della pandemia di Covid-19 possa, in qualche maniera, essere ricollegabile al laboratorio.

Per un esperimento andato storto? Non solo. Nel paper si parla anche di armi biologiche (“per molti anni gli Stati Uniti hanno espresso pubblicamente preoccupazioni per il passato lavoro cinese sulle armi biologiche, che Pechino non ha né documentato né eliminato in modo dimostrabile”) e di un presunto legame tra il WIV di Wuhan e l’esercito cinese. A detta della Casa Bianca, l’istituto in questione, “nonostante si presenti come un’istituzione civile”, avrebbe collaborato “a pubblicazioni e progetti segreti con l’esercito cinese” e si sarebbe impegnato in esperimenti su animali da laboratorio “per conto dell’esercito cinese almeno dal 2017”. Le insinuazioni di Washington sono pungenti come mai lo erano state prima d’ora. Eppure, nonostante ipotesi e supposizioni, “il governo degli Stati Uniti non sa esattamente dove, quando o come il virus Covid-19 è stato inizialmente trasmesso agli esseri umani. Non abbiamo determinato se l’epidemia sia iniziata attraverso il contatto con animali infetti o sia stato il risultato di un incidente in un laboratorio a Wuhan, in Cina”.