È possibile sconfiggere il nuovo coronavirus senza un vaccino? Per poter dare una risposta a questa domanda non resta che dare un’occhiata a quei Paesi colpiti dal Covid-19 che, in qualche maniera, sono riusciti ad abbattere drasticamente la curva epidemiologica dei contagi. Va da sé che le nazioni di cui stiamo parlando sono le prime ad aver subito l’onta dell’epidemia, e tutte sono situate in Asia.
Cina, Corea del Sud, Hong Kong e Singapore sono i casi emblematici da prendere in considerazione. I governi citati hanno attuato strategie differenti, ma tutti sono riusciti a portare i nuovi contagi quotidiani sotto la soglia di emergenza. Pechino ha imposto una serrata totale a Wuhan, città epicentro del contagio, e lo Hubei, provincia toccata dall’infezione; congelate anche le altre attività nel resto del Paese.
Più soft l’approccio di Seul, che si è limitato a combinare la tecnologia all’organizzazione: da una parte il tracciamento dei contagiati mediante applicazioni per smartphone; dall’altro i tamponi a pioggia. Singapore e Hong Kong sono due piccole città-Stato, e sono state aiutate nella lotta al virus anche dalle loro dimensioni modeste. È pur vero che le loro densità abitative – soprattutto quella dell’ex colonia britannica – sono fra le più alte al mondo. Ciò non ha impedito ai due Paesi di ottenere buoni risultati. Come? A Singapore si è puntato tutto sulla prevenzione e sull’isolamento degli infetti mentre a Hong Kong le autorità hanno ordinato quarantene mirate.
I contagi di ritorno e le seconde ondate
Nonostante i modelli vincenti citati, tutte queste nazioni hanno dovuto fare i conti con una seconda ondata di contagi. Il motivo è semplice: non appena un Paese si rimette in moto, o meglio riprende i contatti con l’esterno, deve fare i conti con i cosiddetti contagi di ritorno. Con questo termine si indicano le infezioni importate dall’estero mediante il rientro in patria di cittadini che fino a quel momento si trovavano in un altro Stato.
In altre parole, la quarantena (ma anche il tracciamento dei contagi mediante app) è utile nella prima fase, in quella fondamentale per abbattere la curva; risulta tuttavia inutile nella fase di convivenza con il virus. Il motivo è semplice, e ha provato a spiegarlo Patrick Vallance, ex direttore della ricerca e dello sviluppo presso GlaxoSmithKline (Gsk) nonché capo-consigliere scientifico del governo britannico.
Senza un vaccino, l’epidemia Covid-19 è destinata a diventare annuale. Certo, è possibile contenere il virus con misure draconiane, ma l’isolamento non può durare all’infinito, prima di tutto per cause economiche (la chiusura implica il congelamento di gran parte dell’economia) poi per questioni sociali (dopo un po’ è difficile convincere le persone a restare in casa). Ma oltre a questo c’è un altro aspetto da considerare.
Sistemi sanitari diseguali
Ogni Paese ha un sistema sanitario sui generis e, una diseguaglianza del genere, fa sì che non tutte le nazioni siano preparate allo stesso modo. Morale della favola: con il superamento delle prime fasi dell’epidemia si esaurisce la risposta della quarantena.
Già, perché non appena uno Stato riaccoglierà cittadini provenienti da altre latitudini sorgeranno nuovi focolai. A quel punto sarà necessario bloccare tutto un’altra volta, e così via, in un ciclo infinito, fino alla scoperta di un vaccino. La soluzione? A detta di Vallance, lasciare che il virus si propaghi nella comunità, rallentandone tuttavia la circolazione in modo tale da consentire agli ospedali di gestire i malati.
Il problema è uno: la teoria è completamente diversa dalla pratica. Un approccio del genere, cioè l’immunità di gregge, ha dimostrato all’atto pratico numerosi limiti (per maggiori informazioni chiedere al Regno Unito). Certi esperti continuano tuttavia a ritenerla la strada migliore per uscire dal tunnel.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.



