Dopo lo stop cautelativo alla somministrazione del vaccino prodotto dalla casa farmaceutica anglo-tedesca AstraZeneca, l’Ema si è espressa confermando la validità e la sicurezza del vaccino britannico. Nonostante infatti la segnalazione di relativamente numerosi casi di effetti collaterali (fatta in modo principale dalla Germania ma riscontrati anche negli altri Paesi europei), il prodotto di AstraZeneca non ha evidenziato sostanzialmente effetti collaterali peggiori o comunque più comuni rispetto alle analisi fatte nella fase di sperimentazione. E in virtù di ciò, dunque, la massima autorità in termini di controllo e autorizzazione dei farmaci a livello europeo si è espressa favorevolmente alla ripresa della vaccinazione.

Tuttavia, la risonanza che hanno avuto i casi di effetti collaterali (benché al momento non sia ancora stata confermata l’effettiva correlazione) ha indotto molto a fare marcia indietro o, comunque, prendersi una pausa valutativa più lunga. E tra questi Paesi, oltre alla Norvegia ed alla Danimarca, si è inserita anche la Svezia, Paese natale di una delle branche della casa farmaceutica AstraZeneca e sin dall’alba della pandemia in netto contrasto con le direttive fornite dalle istituzioni sanitarie internazionali.

“Abbiamo bisogno di più tempo per valutare la situazione”

Senza soffermarsi necessariamente su quanto accaduto negli ultimi giorni, il fatto che il vaccino prodotto da Astrazeneca fosse già “nato male” era chiaro ed evidente sin dalla fase di sperimentazione. Decisamente più travagliata rispetto a quella di Pfizer-Biontech e di Moderna, la fase dei test aveva già subito gettato una macchia sulla reputazione della farmaceutica britannica, al punto da indurre molti a parlare di vaccino di “Serie B”.

Gli effetti collaterali riscontrati negli ultimi giorni, dunque, non sono stati altro che l’ennesimo inciampo del primo vaccino prodotto interamente dall’Europa geografica e questa sequela di eventi, nonostante il nuovo via libera dell’Ema, ha messo in allarme anche le istituzioni sanitarie di alcuni Paesi. Come quelli che scandinavi, che con l’eccezione della sola Finlandia hanno deciso ameno per il momento di attendere prima di riprendere la somministrazione del vaccino AstraZeneca, nell’attesa di valutare i casi verificatisi e di osservare come procede altrove la vaccinazione.

Questa posizione, condivisa sia dal massimo epidemiologo svedese Anders Tegnell che dall’alter ego norvegese Geir Bukholm, potrebbe però rallentare, almeno in queste prime settimane, i ritmi della campagna vaccinale dei due Paesi. E se per la Norvegia il problema potrebbe essere limitato grazie alla attuale poca incidenza della pandemia di coronavirus, per Stoccolma il rischio potrebbe essere quello di prolungare una crisi sanitaria che adesso sta mettendo in ginocchio le sue terapie intensive.

Le paure su Astrazeneca

La verità, in fondo, è che tutti, compresi gli alti vertici dell’Ema come la direttrice esecutiva Emer Cooke, sono consapevoli dei rischi (seppure limitati) del vaccino prodotto dalla farmaceutica anglo-svedese. Il nocciolo della questione, però, è che allo stato attuale i benefici della vaccinazione con il prodotto di AstraZeneca superano i rischi di una sua mancata somministrazione e, di conseguenza, proseguire la strada della vaccinazione al momento è quella preferibile.
È quella preferibile, però, verosimilmente nella misura in cui non si dispongono di necessarie forniture di sostituti del vaccino britannico, cosa che potrebbe cessare nel momento in cui il russo Sputnik V farà il suo ingresso sul mercato. E le aperture degli ultimi giorni, provenienti da sempre più attori, possono dunque essere il preludio appunto di qualcosa che si stia muovendo. In uno scenario che, da stop in attesa di future verifiche, si potrebbe giungere al definitivo accantonamento del vaccino anglo-svedese, anche da parte della stessa Stoccolma.