La Corea del Sud ripiomba nell’incubo pandemia. Sono oltre 130 i contagi collegati al focolaio localizzato nel quartiere dei locali di Itaewon, nella capitale Seul. Il loro numero sale giorno dopo giorno, di pari passo con i migliaia di test effettuati quotidianamente per scovare ogni potenziale infetto. ”Dal 6 maggio scorso, quando è emerso il focolaio di Itaewon, sono stati fatti 35 mila test per il coronavirus connessi alla diffusione del contagio relativo al quartiere notturno, 15 mila dei quali solo ieri”, ha spiegato un alto funzionario del Ministero della Salute di Seul, Yoon Tae-ho.

Adesso le autorità sudcoreane stanno incoraggiando i frequentatori della zona, dove ci sono anche molti locali gay, a sottoporsi al test, ma molti sono riluttanti a uscire allo scoperto per il timore dello stigma sociale. Il vice ministro della Sanità, Kim Ganglip, ha promesso il rispetto della privacy, tramite test anonimi e una revisione della prassi di rendere pubblici gli spostamenti dei casi positivi al coronavirus. Ma la mossa non sembra, al momento, portare esiti sperati.

Il timore più grande è che il focolaio di Seul possa lasciare la capitale ed espandersi nelle altre grandi città del Paese. Basti pensare che a Incheon, vicino a Seul, sono stati rilevati 14 casi di persone positive derivanti da un soggetto che aveva frequentato i citati locali di Itaewon. Pare che circa duemila persone abbiano frequentato la nuova ”zona rossa” tra il 24 aprile e il 6 maggio scorso non siano ancora state sottoposto ad alcun test.

Seul: giovani travolti dal contagio

Ricapitolando: in Corea del Sud la situazione epidemiologica era più che positiva, con un aumento di contagi pressoché irrisorio, locali aperti e vita (quasi) normale. È bastato che una persona infetta trascorresse un week end in alcuni locali notturni e subito è ripartito il contagio.

Il problema è che questa nuova ondata sembrerebbe avere caratteristiche sui generis. Come ha sottolineato il quotidiano La Stampa, il 75% dei pazienti colpiti ha un’età compresa tra i 19 e i 29 anni. Sono quindi giovani e giovanissimi, proprio il prototipo di soggetto fin qui considerato, se non completamente al sicuro dal Covid-19, più ”al sicuro” rispetto ad adulti e anziani.

Resta da capire se il nuovo bersaglio del virus è cambiato per via della particolarità del focolaio di Itawon o per una possibile mutazione dell’agente patogeno. La sensazione è che a Seul siano stati colpiti gli under 30 proprio perché sono loro i principali frequentatori dei locali notturni, dove è scoppiato l’ultimo contagio. Eppure, come hanno dichiarato anche le autorità della capitale, questo è ”un virus altamente crudele”, che ha dimostrato di non guardare in faccia a nessuno.

Un problema da non sottovalutare

Sappiamo che il Covid-19 ha colpito per lo più anziani o persone che dovevano fare i conti con altre patologie. Il caso di Itaewon fa tuttavia risuonare i campanelli d’allarme in tutti quei Paesi che erano pronti a riaprire locali pubblici. Insomma, basta veramente una scintilla per scatenare un incendio difficile da domare. E la Corea del Sud, a differenza dell’Italia e di tante altre nazioni, ha dimostrato di poter contare su un sistema organizzativo all’avanguardia.

A proposito dell’Italia: prendiamo adesso quanto accaduto a Seul e immaginiamo che la stessa dinamica dei fatti si verifichi nel nostro Paese. Che cosa potrebbe succedere? Tralasciando l’aspetto sanitario di tracciamento dei contatti e degli infetti, la situazione potrebbe essere complessa da un altro punto di vista. Già, perché nelle scorse settimane non erano i giovani a essere più a rischio bensì gli anziani. Nella fase 2, con la riapertura dei locali, la situazione potrebbe capovolgersi.

Secondo quanto riportato all’inizio del mese di maggio dall’Istituto Superiore di Sanità, l’età media dei pazienti italiani deceduti e positivi a Sars-CoV2 è di 80 anni. Al 7 maggio il numero di decessi per fascia di età parlava chiarissimo: nella fascia di età compresa tra i 20 e i 29 anni si contavano 8 morti; al di sotto dei 20 anni, questo numero era addirittura pari a zero. Ecco: nel caso in cui anche in Italia il virus dovesse iniziare a colpire i giovani, proprio come accaduto a Itaewon, le nostre autorità sanitarie si ritroverebbero a fare i conti con una minaccia inedita. E potenzialmente ancora più esplosiva di quella fin qui affrontata.

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