Piacerebbe anche noi marciare per mostrare sostegno all’Europa. Perché ci abbiamo creduto davvero tanto, nel tempo. E ancora ci crediamo. Ma non potremo marciare, sabato 15 marzo, perché la coscienza ce lo impedisce. Una manifestazione per l’Europa, oggi, è una manifestazione per l’Europa di oggi. Quella che c’è, inevitabilmente. Non faremo a Michele Serra, che la politica e i suoi trucchetti li bazzica da decenni, un tempo anche per deriderli con somma intelligenza, il torto di credergli quando dice che si manifesta per l’Europa ma non per il riarmo. Troppo comodo. Ricorda quelli che un tempi dicevano di essere comunisti, ma non comunisti del comunismo reale, quello che c’era, bensì comunisti del comunismo ideale, che non c’era e non c’è stato mai.
La coscienza di ognuno è insindacabile ma l’effetto politico di una presa di posizione pubblica no. Fare proclami pro-Europa adesso significa schierarsi per l’Europa di adesso. Appoggiare le sue scelte. Rafforzare la sua leadership. E questo proprio non lo possiamo fare.
L’Europa di Gaza e della Siria
Non possiamo sostenere un’Europa che non solo non ha saputo spendere una parola (con la lodevole eccezione di Josep Borrell, l’ex Alto commissario per la politica estera) per almeno frenare il massacro genocidale dei palestinesi della Striscia di Gaza, ormai certificato come tale anche dalle maggiori riviste scientifiche, trincerandosi dietro l’ormai patetica motivazione del “diritto di Israele a difendersi”, ma addirittura abbraccia gli esponenti del Governo israeliano che più si battono per la totale e definitiva deportazione dei palestinesi di Gaza.
Non possiamo sostenere un’Europa che per un decennio ha massacrato di sanzioni il popolo siriano sapendo bene di non riuscire a ottenere lo scopo virtuale delle sanzioni stesse, ovvero l’allontanamento del presidente Assad, cacciato poi dalle truppe turche e dalle milizie di Hayat Tahrir al-Shams. Europa che poi è corsa ad abbracciare il terrorista qaedista Al-Jolani, riciclatosi come uomo politico di nome Mohammed al-Sharaa, a quel punto eliminando parte delle sanzioni. Europa che infine, per completare l’opera, non ha speso una parola sui massacri che i jihadisti fedeli ad Al-Jolani hanno compiuto sui civili della minoranza alawita, nello stesso tempo tacendo sull’occupazione di parte del territorio siriano da parte di Israele, che ha compiuto decine di bombardamenti sulle installazioni di un Paese, appunto la “nuova Siria”, che non ha rivolto allo Stato ebraico alcuna minaccia. Europa che riesce a essere pro-Al-Jolani quando questi massacra i suoi connazionali di diversa fede e contro Al-Jolani quando viene invece attaccato da Israele.
Non possiamo sostenere un’Europa che accetta senza batter ciglio, e nei suoi confini, le più lampanti discriminazioni etniche come quella appena realizzata dl Governo dell’Estonia, che ha eliminato dalla scuole pubbliche l’insegnamento della lingua russa, in un Paese di 1,3 milioni di abitanti in cui i lingua madre russi sono 400 mila.
L’Europa delle elezioni annullate
Non possiamo sostenere un’Europa in cui un ex commissario come Thierry Breton può sostenere, senza alcun contraddittorio, che sia giusto fare come in Romania, dove il candidato sgradito a Bruxelles, ancorché gradito ai rumeni, debba essere eliminato dalla corsa alla presidenza, cosa poi puntualmente avvenuta. E che lo stesso Breton possa teorizzare che, in caso, analogo metodo debba essere usato anche in Germania. Il tutto sulla base di un ridicolo teorema, e cioè che poche settimane di campagna su TikTok possano far passare un qualunque partito dal 5% al 30% delle preferenze.
Non possiamo sostenere un’Europa che tre anni fa, di fronte all’invasione dell’Ucraina decisa dal Cremlino in spregio a tutti i trattati e al diritto internazionale, tra lavorare per una “pace subito” e una “pace giusta” da costruire subito dopo, ha scelto di inseguire il mito della vittoria sul campo, condannando l’Ucraina alla distruzione e il suo popolo ad anni di sofferenze e di lutti. Il tutto rifilando ai suoi cittadini, con la complicità di media forse non sempre disinteressati, una vergognosa propaganda di cui certe dichiarazioni di Ursula von der Leyen sono state esempio insuperabile. Ricordate (era il 2022) quel “i russi prendono i chip delle lavatrici e dei frigoriferi per far volare i loro missili… la loro industria militare è a pezzi”? Ecco, tre anni così.
E già che ci siamo, chi ha dimenticato il tonante “il prezzo del gas può valere la pace? Preferiamo la pace o l’aria condizionata?” di Mario Draghi, che ora nel suo Rapporto sul futuro della competitività in Europa indica proprio nel rincaro dei prezzi del gas una delle ragioni del nostro declino. Fermo restando che, seguendo i suoi teoremi di allora, ci ritroviamo senza pace e con il prezzo del gas alle stelle.
L’Europa del cosacco alle porte
E non possiamo sostenere un’Europa in cui, preso atto dell’improvviso (ma non inatteso, siamo seri) allargamento dell’Oceano Atlantico dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, si improvvisa in due settimane un piano di riarmo da 800 miliardi di cui non si capisce il senso, che forse costerà caro ai cittadini (e infatti in Italia il Governo già spiega che cercherà di non toccare il Welfare, perché adesso sì che siamo al bivio di Draghi, ma non “o i condizionatori o la pace” bensì “o i condizionatori o le armi”, bel guadagno!) e che in ogni caso andrà affidato a personaggi come la Von der Leyen, che ai tempi suoi fu forse il peggior ministro della Difesa della storia della Germania, e a un’inetta come Kaja Kallas, l’Alto commissario alla politica estera.
Non possiamo sostenere un’Europa che ci vende la favola che non spendiamo abbastanza in armi, quando anche le cifre analizzate da un economista come Carlo Cottarelli dimostrano che nel 2024 la spesa militare europea è stata del 58% superiore a quella russa (non parliamo poi degli Usa e della Nato) ed è così da decenni. Ci dicono: sì ma abbiamo speso male. E allora perché buttare altri 800 miliardi nella vecchia fornace? Non sarebbe più utile, prima, completare l’architettura istituzionale della Ue e dotarsi di una vera politica estera, l’unico riferimento possibile per l’impiego di un apparato di difesa? L’emergenza del cosacco alle porte, peraltro, è solo l’ultima in ordine di tempo: ci fu quella ambientale (e vai con il Green Deal, un fallimento) e poi quella sanitaria (Covid-19), ora quella bellica. Perché si sa, con la paura finisce per governare anche chi non lo sa fare.
E non possiamo sostenere un’Europa che fino all’altroieri è stata prona di fronte agli Stati Uniti, al punto (ed è solo un esempio) da farsi distruggere un’arteria energetica fondamentale come il gasdotto Nord Stream, e ritrovarsi a comprare gas dagli Usa al triplo del prezzo con cui lo stesso gas viene venduto sul mercato americano, senza neanche accennare una minima protesta, e adesso si riscopre anti-americana, avendo peraltro all’interno Paesi come la Polonia o i Baltici o quelli del Nord che ogni giorno ci intimano a non pensare nemmeno per un attimo che la Nato (finanziata al 66% dagli Usa) possa essere insidiata da un progetto di esercito europeo.
Questa è l’Europa che c’è, quella reale. E, qualunque sia la posizione in coscienza di chi scende in piazza, la marcia convocata da Serra le fornirà appoggio politico.
