Pecunia non olet, l’acqua sì: il bidet alla conquista degli usa

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A volte la politica urbana prende strade impreviste, in questo caso in fondo a destra. A New York, in questi mesi una delle discussioni più commentate non riguarda il traffico, l’emergenza abitativa o la sicurezza, ma un oggetto che in gran parte d’Europa è considerato ordinaria amministrazione domestica: il bidet.

Il protagonista di questa porcellanea rivoluzione è Zohran Mamdani, nuovo sindaco della città dal 1° gennaio 2026, che nei primi giorni del suo mandato ha raccontato pubblicamente la propria convinzione: una volta provato il bidet, è difficile tornare indietro. Non è una frase “programmatica” in senso stretto, ma ha funzionato come tale: abbastanza per finire nel tritacarne del commento pubblico. L’episodio nasce dall’intenzione di installare bidet nella residenza ufficiale del sindaco, Gracie Mansion, durante il trasferimento del nuovo primo cittadino. In varie interviste e servizi locali l’idea viene descritta come un “obiettivo aspirazionale”, con un taglio molto pratico (non “spa di lusso”, ma accessori semplici da agganciare al WC). Nessuna ordinanza, nessun piano regolatore: solo una presa di posizione culturale.

La reazione curiosa degli americani nasce anche dal fatto che il bidet è pressoché ovvio in Italia, e tutt’altro che scontato negli Stati Uniti. In Italia, circa il 97–98% delle abitazioni ne è dotato: è talmente radicato nella cultura e nella normativa edilizia che dal 1975 è richiesto per legge l’inserimento di almeno un bidet in ogni bagno domestico. Negli Stati Uniti, invece, la diffusione resta ancora modesta: una stima recente indica che circa il 12% della popolazione può usare un bidet regolarmente nelle proprie case, con percentuali molto più basse se si considerano i bidet “classici” rispetto ai modelli integrati nel WC.

Il divario culturale si riflette anche nel mercato: secondo analisti del settore, il mercato globale dei bidet è in forte crescita, con una valutazione di oltre 30 miliardi di dollari nel 2025 e proiezioni che spingono oltre i 40 miliardi entro il 2030, trainato da maggiore attenzione all’igiene e a soluzioni eco-sostenibili anche fuori dai mercati tradizionali. Negli Stati Uniti il bidet resta spesso percepito come un’abitudine “straniera” o addirittura superflua. In un sondaggio del 2026 condotto dalla National Kitchen and Bath Association su 700 esperti del settore, il 76% degli interior designer sostiene che i proprietari di casa erano alla ricerca di servizi igienici con più funzionalità e il 48% prevedeva che i bidet sarebbero diventati popolari nei successivi tre anni. Tushy, un produttore di bidet con sede a Brooklyn, ha spedito oltre due milioni di unità negli Stati Uniti dalla sua fondazione nel 2015, secondo Justin Allen, amministratore delegato dell’azienda.

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Mamdani, al contrario, lo presenta come una soluzione più efficiente, più igienica e potenzialmente meno impattante sull’ambiente rispetto all’uso massiccio di carta igienica e salviettine umidificate — queste ultime da tempo sotto osservazione per i danni causati alle infrastrutture fognarie urbane.
Non a caso, il Dipartimento per la Protezione Ambientale di New York, nella sua campagna “Trash it. Don’t flush it”, ricorda che le salviettine — anche quando etichettate come “flushable” — non si comportano come la carta igienica: possono contribuire alla formazione di intasamenti nelle condotte, danneggiare gli impianti e provocare costosi interventi nelle abitazioni. I costi per il solo trattamento di grassi e ostruzioni sono stimati in decine di milioni di dollari all’anno.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Tra ironie sui social e osservazioni critiche, qualcuno ha sottolineato la distanza tra l’enfasi su un tema così domestico e le ben più ampie sfide che attendono New York.
Sul piano amministrativo, l’uscita si muove dentro un contesto più ampio di attenzione ai servizi e alla vita quotidiana. E in una metropoli dove l’accesso a bagni utilizzabili è, storicamente, una questione molto meno banale di quanto suoni in una discussione da talk show, il tema dell’igiene pubblica tende a tornare — in forme diverse — con regolarità.

Roma imperiale e New York non sono poi così lontane, almeno nel modo in cui il potere finisce per occuparsi anche di ciò che preferirebbe ignorare. Se Vespasiano aveva compreso che persino le latrine potevano diventare una questione di Stato, la Grande Mela del XXI secolo scopre che anche l’igiene post-moderna può trasformarsi in segnale politico. Pochi sanno, fra l’altro, che un tempo, Gracie Mansion fungeva da bagno pubblico per i visitatori del circostante Carl Schurz Park, prima di diventare la residenza ufficiale del sindaco nel 1942. Allora si trattava di far funzionare l’impero e far quadrare i conti; oggi di governare una metropoli globale dove ogni gesto, anche il più domestico, diventa racconto pubblico.

Cambiano i secoli, cambiano gli strumenti, ma resta una costante: le capitali si giudicano anche da ciò che riescono a normalizzare. E, talvolta, da ciò che decidono finalmente di lavare…dopo l’uso.