Nella guerra globale alla droga, che oggigiorno vede i suoi fronti più incandescenti aperti in Messico e nelle Filippine, gli scontri principali coinvolgono apparati di sicurezza governativi (eserciti, forze speciali, corpi di polizia) e specifici cartelli interessati a sviluppare il business del narcotraffico. Accanto a questa dimensione, il mondo del narcotraffico conosce un estesissimo retroterra che si sviluppa ben al di là delle regioni in cui lo scontro assume caratteri militari: l’apparato logistico e il sistema di connivenze politiche e sociali che favoriscono l’affermazione del narcotraffico, infatti, consentono alla droga di giungere ai luoghi ove essa è poi distribuita sul “mercato”, principalmente nei Paesi occidentali. In questa operazione cruciale, le organizzazioni criminali di stampo mafioso giocano un ruolo preponderante: per quanto riguarda il narcotraffico messicano, ad esempio, uno dei motivi che impedisce un contrasto completamente efficace ai cartelli è proprio la presenza di un’alleanza scellerata tra questi e una galassia di organizzazioni criminali, che completano la distribuzione delle droghe oltre il confine statunitense od oltreoceano e annacquano le capacità di reazione del governo sul terreno. Numerose evidenze hanno confermato l’esistenza di “relazioni d’affari” tra le organizzazioni mafiose italiane e la galassia dei gruppi narcotrafficanti messicani. Cosa Nostra ha imbastito nel tempo un’alleanza con il Cartello di Sinaloa e il Cartello del Golfo, mentre un ferreo rapporto si è instaurato tra la ‘ndrangheta e il feroce gruppo dei Las Zetas.Nel giugno 2012 Fox News ha annunciato la conclusione positiva di un’operazione congiunta delle autorità messicane ed italiane che ha portato al disarticolamento del gruppo di trafficanti incentrato sui fratelli Elio e Bruno Gerardi, intermediari che dal porto di Monterrey spedivano verso Palermo centinaia di tonnellate di cocaina ogni anno. Più recentemente, sono noti diversi tentativi di Joaquim “El Chapo” Guzman di estendere ampiamente la rete clandestina di approvvigionamento di cocaina imbastita dalle organizzazioni criminali per collegare le due sponde dell’Atlantico, nei quali sarebbero stati coinvolti anche importanti esponenti di Cosa Nostra interessati a una parte del giro d’affari di 33 miliardi di dollari del narcotraffico europeo.Vera e propria “regina del narcotraffico”, la ‘ndrangheta ha invece la sua relazione privilegiata nell’alleanza tessuta con il gruppo dei Las Zetas, della quale le autorità investigative sono a conoscenza sin dal luglio 2011, quando l’operazione “Crimine 3” della Procura di Reggio Calabria aveva consentito di scoprire come i clan di Gioiosa Ionica, controllanti gli approdi clandestini nel porto di Gioia Tauro, avessero stabilito contatti con gli Zetas attraverso cellule entrate in contatto a New York. Secondo un’inchiesta dell’agosto 2016 condotta da Repubblica, la ‘ndrangheta non avrebbe solo ampiamente sorpassato Cosa Nostra in quanto a radicamento nel mercato della droga mondiale, ma sarebbe addirittura giunta a relegarla in un ruolo marginale: nella città di New York, sembra che il clan degli Ursino, originario di Gioiosa Ionica, sia addirittura giunto a sopravanzare in quanto a influenza nel mondo della criminalità organizzata le storiche “Cinque Famiglie” mafiose della Grande Mela.Sergio Corrado, ricercatore associato al Council on Hemispheric Affairs, ha realizzato un’interessante analisi in cui ha voluto riportato le convergenze e i parallelismi che hanno contraddistinto l’ascesa dei cartelli messicani e delle organizzazioni mafiose italiane. Corrado ha citato l’opinione di Vanda Felbab-Brown, fellow al Brookings Institute, secondo la quale tanto in Italia quanto in Messico l’assenza di una netta presenza del potere statale in determinate regioni avrebbe garantito indirettamente l’ascesa delle organizzazioni criminali.I tentativi dei cartelli della droga messicani di garantirsi un radicamento territoriale ricalcano molto da vicino gli sforzi compiuti nel secondo dopoguerra dalla mafia siciliana per provvedere ad una generale organizzazione dell’influenza delle diverse famiglie e dei vari mandamenti. Tuttavia, la diversità dei contesti sociali e la strutturata reazione militare del governo messicano hanno frenato la costituzione di un sistema gerarchico all’interno dei singoli cartelli, mentre le aspre rivalità tra i diversi gruppi narcotrafficanti hanno impedito la costituzione di solide alleanze o conglomerazioni. Per sfuggire a vere e proprie campagne d’annientamento e sopravvivere alla morte o alla cattura dei loro boss, i cartelli si organizzano su quella che Corrado ha definito una struttura “a basso grado di gerarchizzazione, che lascia potenzialmente spazio a un numero superiore di leader”, con un formato tendenzialmente policefalo. Tale struttura appare sicuramente più simile a quella della ‘ndrangheta, caratterizzata dal suo apparato “orizzontale” di ‘ndrine relativamente autonome le une dalle altre.Le mafie italiane hanno sempre fatto affidamento sui proventi del narcotraffico per costruire la loro piattaforma di potere: nel suo saggio Cosa Nostra, volume fondamentale per indagare le radici storiche dell’organizzazione siciliana, lo storico britannico John Dickie ha individuato con precisione l’inizio del rapporto perverso tra gruppi mafiosi italiani e narcotraffico internazionale nel viaggio del boss siculo-americano Joseph Bonanno a Palermo, cui fece seguito la trasferta in Messico e Canada di Angelo La Barbera nel 1960. Un rapporto stretto e vitale per le fortune di Cosa Nostra, che in seguito è stata imitata con successo anche dalla sua omologa calabrese: ciò rappresenta una testimonianza notevole dell’importanza che il problema del narcotraffico in paesi apparentemente lontani come il Messico assume per l’Italia.Ulteriori organizzazioni criminali imperversano invece al confine tra Messico e Stati Uniti, contribuendo all’esacerbazione della problematica del narcotraffico e sfruttando in maniera bieca anche un’ampia gamma di racket che spaziano dal traffico di esseri umani al contrabbando di armi da fuoco.Fabrizio Lorusso, in un articolo pubblicato nel settembre 2015 su Narcomafie, ha osservato: “in riferimento ad alcuni gruppi della delinquenza organizzata messicana non si parla più, o non solo ormai, di gangster, cartelli e delinquenti, di tagliagole e sicari, di gang, bande epandillas, ma di vere e proprie mafie. Si tratta di uno stadio superiore di sviluppo dell’organizzazione criminale che acquisisce e consolida codici e strutture, regole e lealtà, discipline e logiche imprenditoriali e da clan”.Tra questi gruppi, numerosi si sono conquistati una nomea sinistra operando in maniera estesa nel mondo del narcotraffico. La gang dei Mara Salvatrucha, generalmente nota come MS-13 e composta principalmente da guatemaltechi, salvadoregni e honduregni, assiste il Cartello di Sinaloa fornendogli valide bocche da fuoco nella guerra contro i Las Zetas e contribuisce al controllo del territorio nelle aree di confine, mentre nello Stato della California si è costituita un’efferata organizzazione mafiosa all’interno della comunità messicana, che contribuisce attivamente al commercio clandestino di cocaina.Lorusso ha inoltre sottolineato come, parallelamente al business della cocaina, anche quello dell’eroina, all’interno degli Stati Uniti stia conoscendo una notevole espansione, trainata principalmente dal gruppo dei Las Zetas e dalle sue “filiali” oltre il confine americano: Los Moicas e La Empresa Nueva. Nelle Filippine, invece, sono le Triadi cinesi a detenere un ruolo preminente nel mondo del narcotraffico: l’uccisione del boss Meco Tan nel mese di luglio ha portato in emersione il complesso di interessi che l’articolato sistema di organizzazioni criminali di origine cinese impiantato nell’arcipelago vanta nel mercato della droga. Lo stesso presidente Duterte ha richiamato più volte l’attenzione sull’egemonia delle bande criminali cinesi nel narcotraffico interno al suo paese: nella gestione di un giro d’affari dal valore superiore ad 8 miliardi di dollari sarebbero coinvolti, secondo fonti filippine, almeno nove gruppi criminali cinesi. Sebbene sia intervenuta più volte attraverso l’ambasciatore Zhao Jianua per chiedere maggiori delucidazioni al governo di Duterte, la Cina sostiene attivamente la durissima campagna lanciata dal presidente filippino, vedendo nel suo successo contro le Triadi la causa di una possibile vittoria interna: lo stesso rappresentante a Manila della Repubblica Popolare, dichiarando che “le droghe illegali sono nemiche di tutta l’umanità”, ha chiarito in maniera netta la presa di posizione di Pechino. Tanto la Cina quanto Taiwan si sono dichiarate disposte a compiere ogni azione volta a contenere il traffico transnazionale di sostanze stupefacenti diretti nelle Filippine, le cui rotte sono tuttora poco note.Dalle Filippine al Messico, dunque, la guerra contro il narcotraffico si fa sempre più ad ampio raggio. Il coinvolgimento delle mafie svela un mondo di connivenze, collaborazioni e accordi scellerati che contribuiscono ad incentivare la piaga del traffico di droga e, ora più che mai, ne acuiscono la dimensione di problematica internazionale. Il contrasto alle mafie e il disarticolamento dei cartelli narcotrafficanti dovrà procedere di pari passo. Dall’Italia alle Filippine, dalla Cina al Messico la sovrapposizione tra criminalità organizzata e commercio clandestino della droga garantisce a potenti organizzazioni di gettare le fondamenta dei loro imperi e finanziare attivamente una sfida internazionale alla legalità, che ora più che mai governi, forze di sicurezza e cittadini devono fare propria, contribuendo attivamente per concluderla vittoriosamente.

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