I momenti di grande instabilità e incertezza sui mercati finanziari scatenano la corsa ai cosiddetti “beni rifugio” da parte degli investitori. Per bene rifugio si intende un prodotto che conserva la sicurezza del suo valore indipendentemente dalle tendenze globali e settoriali della finanza, dalle sue numerose volubilità e dagli shock sistemici. Un esempio di bene rifugio è lo yen, la moneta giapponese: il debito pubblico pari al 240% del Pil di Tokyo è considerato estremamente sostenibile proprio per il controllo dell’esecutivo e della banca centrale nipponica sulla valuta nazionale, che non a caso di recente è arrivato sotto quota 105 a 1 nel suo cambio col dollaro.

Anche i Bund tedeschi hanno da tempo consolidato lo status di bene rifugio, che oggi caratterizza anche numerosi prodotti di nicchia come certi vini pregiati, arrivati come riporta Gooruf a garantire rendimenti pari al 13% annuo sul loro valore.

Se esiste tuttavia un bene rifugio per eccellenza, esso continua a essere l’oro. E proprio le dinamiche del mercato dell’oro aiutano a capire la particolarità del momento attuale, caratterizzato dalle importanti tensioni sui mercati internazionali che lasciano presagire una nuova, imminente crisi. Durante la scorsa estate le banche centrali hanno acquistato nel complesso 148 tonnellate d’oro, il 22% in più rispetto al 2017.  Come sottolinea l’Agi, “novantadue tonnellate d’oro sono finite nei caveau della banca centrale russa nel terzo trimestre del 2018; mentre la lira turca si svalutava del 25%, la Turchia ha acquistato 18,5 tonnellate d’oro, portando le sue riserve auree a quota 258,6 tonnellate; l’Ungheria di Viktor Orbán le ha addirittura decuplicate, a ottobre, passando da 3 a 31,5 tonnellate nel giro di poche settimane; lo stesso ha fatto la Polonia, che oggi dispone di 116,7 tonnellate (erano 13,7 a giugno).La Cina, che dichiara di possedere circa 1.800 tonnellate d’oro, in realtà secondo gli analisti potrebbe averne accumulate oltre ventimila dal 1983 a oggi”.

L’aumento della domanda mondiale ha portato il prezzo del più nobile dei metalli a un rally con pochi precedenti negli ultimi anni. A novembre l’oro veniva scambiato a 1.200 dollari l’oncia (28,35 grammi): da allora, si è assistito a un progressivo rincaro mano a mano che la crisi delle borse e l’accelerazione della volatilità e dell’incertezza si intensificavano. Il prezzo dell’oro all’oncia è arrivato a sfiorare i 1.300 dollari e, anzi, in numerosi contratti future che interiorizzano le aspettative per i prossimi mesi lo ha già sorpassato.

Unico giorno di frenata di una corsa inarrestabile è stato il 4 gennaio, data di pubblicazione dei dati occupazionali degli Stati Uniti di Donald Trump, che hanno fatto segnare un nuovo record occupazionale, creando 312.000 posti di lavoro a dicembre mentre gli analisti ne attendevano 176.000 e rafforzando una situazione apparentemente paradossale (l’economia reale accelera, la finanza è in affanno) ma che è comprensibile nell’ottica dell’incertezza che regna alla Fed, del conflitto istituzionale con la Casa Bianca e della fine dell’euforia del 2017 e dei primi mesi del 2018.

In generale, però, nel corso del 2019 non si esclude che le incertezze globali possano portare l’oro ben oltre 1300 dollari l’oncia, fino anche a 1350. “Ancora una volta le difficoltà delle borse spingono al rialzo l’ oro. Sui mercati pesano soprattutto le aspettative per un rallentamento dell’ economia globale nel 2019 e nel 2020, uno scenario che potrebbe generare altre frenate dei listini e alla fine spingere perfino la Federal Reserve a rallentare il percorso di rialzo del costo del denaro per scongiurare il rischio di una recessione” , ha spiegato a Repubblica Carlo Alberto De Casa, analista finanziario per Activtrades, specializzato in oro.

La risorsa aurea rafforza il ruolo di centralità nell’economia globale che l’ha sempre accompagnata nel corso della storia umana e questo concentra il terreno di gioco a favore di chi può vantare un controllo strategico su una massa consistente di oro nazionale e straniero. Il recente caso del braccio di ferro tra Regno Unito e Venezuela sull’oro di Caracas che Londra si rifiuta di restituire è emblematico di quanto il tema del controllo delle riserve auree possa degenerare in scontro diplomatico e questione geopolitica. Il minimo che si possa aspettare per una risorsa che è molto di più di un semplice simbolo della ricchezza.