Il lottatore Milone di Crotone, il pugile Diagora di Rodi, il pentatleta Icco di Taranto: sono solo alcuni dei nomi di grandi atleti dell’antichità le cui gesta sono state cantate nei secoli. Dei scesi in terra, che assommavano nelle proprie mani (e nei propri muscoli) tutte le virtù dell’eroe olimpico: menti sane in corpi sani, compositori, studiosi oltre che ginnasti. Uomini che potevano camminare a tre metri da terra per la loro virtù.
Di Olimpiade in Olimpiade, l’atleta-rigorosamente maschio-è diventato l’emblema dell’inarrivabilità, dell’uomo che non deve chiedere mai, eccezion fatta per qualche sparuto eroe che oltre al muscolo mise in gioco tanto cuore, cedendo all’umanità: come Cassius Clay, ad esempio, che gettò via la medaglia delle Olimpiadi del 1960 in segno di protesta contro la segregazione razziale. Per le donne, poi, è stato anche peggio: nemmeno ad Atene nel 1896, la prima Olimpiade moderna, le donne poterono partecipare poiché De Coubertin volle rispettare la tradizione classica. Anche per questo, quando finalmente il sesso femminile venne ammesso alle competizioni olimpiche, le donne non hanno mai battuto ciglio: una conquista troppo grande per poterla rovinare con le lacrime o le lamentele.

Fino a pochi anni fa, lo sport è stato un mondo patinato. Vietato cedere, vietato cadere. Vietato dire “non ce la faccio”. Forse il primo a “insegnarci” l’umanità estrema di un atleta è stato Diego Armando Maradona: vizi privati, scivoloni pubblici, malefatte. Mai principino: non salvava mica vite umane Maradona, non ha salvato nemmeno la propria. Eppure quell’imperfezione, quel suo essere legno storto sono stati l’essenza dell’amore viscerale che il mondo ha avuto per quel ragazzo scapestrato così geniale in campo.
Negli anni abbiamo imparato a vedere gli atleti crollare. E non solo per sregolatezze alla Paul Gascoigne, ma per certi mal di vivere che sono anche degli atleti. Perché un ginnasta è prima di tutto un uomo o una donna. Parigi 2024 si chiuderà come tante altre Olimpiadi, ma forse ha avuto un merito: mandare finalmente in onda la fragilità oltre alla performance a tutti i costi. Non è un caso se la cronaca di questi giorni ha raccontato soprattutto le storie più che i traguardi degli atleti in gara. Storie a cui il pubblico si è appassionato, identificandosi.

Lo sa bene Simone Biles, che rinunciò alle Olimpiadi di Tokyo del 2020 a causa dei cosiddetti “twisties”, un disturbo che implica la disconnessione tra il cervello e il corpo che rende le ginnaste disorientate. Lei è stata fra le prime a diventare “influencer” della salute mentale per sportivi e non. Oppure Noah Lyles, neocampione nei 100 metri, che combatte con depressione e ansia che-nonostante tutto-non l’hanno fermato. Anzi, gli hanno consentito di parlarne, raccontando il bisogno di curarsi. Ma queste sono state anche le Olimpiadi di Nathalie Moellhausen, 38 anni, schermitrice italo-brasiliana, oro nella spada ai Mondiali 2019. L’immagine di lei che si accascia, portata via dai dottori, per un cancro al coccige di cui nessuno sapeva, resterà fra le più iconiche di questi Giochi.

Che dire poi della piccola grande Benedetta Pilato, che ha raccontato la “gioia” di arrivare quarti, della cosiddetta “medaglia di legno”, impartendo al mondo intero una lezione di sport, gioia e umanità. Fra gli atleti “fragili”, c’è stata anche lei, Imane Khelif, trattata da fenomeno da baraccone, che ha aperto suo malgrado una finestra sull’intersessualità. E poi c’è un altro dato, che non ha un volto preciso, ma un significato profondo: ci sono 193 atleti dichiaratamente gay, atlete lesbiche, bi, trans, queer che stanno gareggiando in queste Olimpiadi, un record: a confermarlo è Outsports, piattaforma che monitora la diversità nel mondo dello sport. In un mondo che è stato sempre fortemente machista, gli atleti ora si sentono più protetti e bene disposti ad essere ben visibili, e del fare della propria visibilità un messaggio.

Lo stesso vale per Kimia Yousofi, rifugiata afgana, che ha terminato la sua gara nei 100 metri all’ultimo posto, ma mostrando al traguardo un messaggio che ha dato voce a tutte le donne che in Afghanistan sono private di ogni diritto fondamentale dai Talebani. Last but not least, non va dimenticato che, dal 28 agosto, andranno in scena gli atleti più straordinari di tutti: quelli paralimpici. Donne e uomini che hanno dimostrato, a se stessi e al mondo, che nemmeno la più grave delle menomazioni fisiche può privare di un sogno.


