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Sono giorni intensi nel capoluogo siciliano. Il centro storico oramai da giorni è attraversato da cortei, manifestazioni, sit-in. Prima per la Palestina, con le locali associazioni che hanno aderito ai vari scioperi nazionali, poi per un qualcosa che ha scosso molto le coscienze soprattutto dei più giovani: la morte di Paolo Taormina, il ragazzo di 21 anni intervenuto per sedare una rissa davanti il proprio locale e ucciso il 12 ottobre scorso da un altro giovane. Un episodio che ha destato rabbia, ma che sembra aver dato alla città anche un’unica e decisa certezza: l’impossibilità di tacere.

Il locale del centro di Palermo dove si è consumato l’omicidio di Paolo Taormina

Zen nel mirino

L’autore dell’omicidio si chiama Gaetano Maranzano. Ha 28 anni, una figlia, una compagna e proviene dallo Zen. Acronimo quest’ultimo di “Zona Espansione Nord”, un nome che descrive bene la storia del quartiere. Si tratta infatti di un’area dove, tra gli anni ’60 e ’70, si è deciso di edificare casermoni di cemento armato per dare alloggio a chi ancora era confinato nei ruderi del centro storico. Si è così creato un ghetto, quasi un’enclave periferica a sé stante. Maranzano, hanno fatto notare in tanti durante i cortei di questi giorni a Palermo, non ha nemmeno la licenza media: “Intanto bisognerebbe chiedersi come possa essere possibile che nel 2025, all’interno di un territorio formalmente italiano, una persona di 28 anni possegga solo la licenza elementare”, scrive su Facebook Fabio Petrucci, giovane autore palermitano.

Il suo è il pensiero di molti scesi in strada a manifestare. Anche perché la storia di Maranzano non rappresenta un’eccezione. Tutt’altro, la dispersione scolastica allo Zen è lo specchio del livello di degrado presente nel quartiere. In molti mettono ora sotto accusa l’assenza dello Stato o, per meglio dire, la rassegnazione delle istituzioni. Perché se è vero che lo Zen negli anni è stato dotato anche delle scuole, è pur vero però che evidentemente non tutti sono stati messi nelle condizioni di far rispettare l’obbligo di andare in quelle scuole.

“Adesso basta”

Dallo Zen provenivano anche gli autori della sparatoria che, nello scorso mese di aprile, ha causato la morte di altri tre giovani a Monreale, alle porte di Palermo. Anche in quel caso, l’episodio è accaduto nel bel mezzo di un sabato sera e in uno dei quartieri della cosiddetta “movida”. Il 29 settembre invece, stava per finire in tragedia un’altra rissa scoppiata nella borgata marinara di Sferracavallo. La morte di Taormina è quindi arrivata in un contesto già fortemente segnato dall’aumento della violenza: “Adesso basta”, è stato scandito dai giovani scesi in piazza il giorno dopo. I quali, dal 12 ottobre in poi, hanno organizzato altri cortei per il centro del capoluogo siciliano.

Si chiede sicurezza, ma non solo. La questione è più ampia: l’impressione è che le ragazze e i ragazzi di Palermo siano oggi consapevoli di avere un preciso diritto, quello di vivere in una città normale. Dopo le stragi di mafia dei primi anni ’90, molte cose sono cambiate: diversi quartieri del centro sono stati risanati, molti investimenti hanno cambiato il volto a intere aree e, più in generale, la città ha iniziato a respirare un’aria differente. Si chiede adesso un ulteriore salto di qualità, un comune sforzo a non rassegnarsi alla violenza e alla forzata convivenza con le ancora tante sacche di degrado: “Non si può star zitti quando ci sono in giro ragazzi che escono armati da casa convinti di farla franca – è il pensiero di Roberto, altro ragazzo sceso in strada in questi giorni – non possiamo farci sovrastare da chi ha la cultura della violenza”.

Gli interventi delle forze dell’ordine

“In questi giorni l’atmosfera è come sospesa a Palermo, c’è una certa tranquillità”, osserva ai nostri microfoni Erika, giovane capotreno che ogni giorno lavora sui vagoni metropolitani che collegano il centro con l’aeroporto. Il suo riferimento è al comportamento da lei notato anche da chi, solitamente, cerca di sviare il pagamento del biglietto: “Ce ne sono tanti, a volte il non pagare è un vero atteggiamento di sfida – spiega – ma per adesso tutti lo comprano, tutti lo timbrano e senza fare troppe questioni”. Secondo la capotreno, i nuovi comportamenti sono da ricollegare ai numerosi controlli posti in essere dopo la morte di Taormina. Sono state individuate zone rosse in pieno centro, in cui piazzare più uomini delle forze dell’ordine, mentre oramai quotidianamente poliziotti e carabinieri perlustrano lo Zen.

“Ma occorre anche andare oltre”, afferma ancora Erika. Per lei, come per la stragrande maggioranza dei giovani in piazza, la questione è soprattutto culturale. Andare oltre la cultura della violenza è forse la sfida maggiore che attende Palermo. Ma intanto, in attesa di capire come la città giocherà la sua partita, occorre prendere atto di un preciso incoraggiante elemento: Palermo, davanti all’ennesima tragedia, non si è girata dall’altra parte. I suoi giovani hanno messo la propria faccia contro il degrado e contro la prepotenza delle armi.

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