Mentre la curva dei contagi non accenna nemmeno ad appiattirsi, ci si chiede come e cosa non abbia funzionato sul tracciamento dei contagi. Un’arma essenziale per cercare di limitare l’andamento della pandemia. I motivi per cui il contact tracing non ha funzionato, o semplicemente ha smesso di funzionare, sono diversi. E, sommati tutti insieme, mostrano un elenco di decisioni sbagliate, scelte discutibili e mancanza di trasparenza.

1 – L’ingenuità del Decreto Ristori

Il 27 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato il “Decreto Ristori”. L’art. 20 è dedicato in particolare alla creazione di un servizio nazionale di risposta telefonica per la sorveglianza sanitaria gestito dal ministero della Salute. Il numero nelle intenzioni dovrebbe servire come supporto alle persone risultate positive, ma anche a quelle che hanno avuto contatti con soggetti poi risultati positivi o che hanno ricevuto una notifica tramite Immuni. La dotazione finanziaria prevista è di un milione di euro per quest’anno e tre per il 2021.

Il problema è che in questa proposta si notano tutti i limiti dell’esecutivo nella gestione del tracciamento in questa epidemia. In primo luogo perché pretende di creare un numero unico per servire non solo pazienti diversi, ma anche soggetti residenti in regioni e province che hanno modalità di affrontare la pandemia anche molto distanti tra loro. In secondo luogo i fondi. Quattro milioni complessivi sono una goccia nel mare per quanto riguarda il personale da assumere, formare e mettere in condizione di seguire migliaia e migliaia di persone interessate. L’iniziativa contenuta nel decreto, in pratica, segnala tutte le criticità che fin dall’inizio dell’epidemia hanno accompagnato il tentativo di tracciare le catene dei contagi.

2 – Al sistema di contact tracing mancavano gli operatori

Il primo di questi problemi è il numero degli operatori impegnati nelle operazioni di tracciamento. Attualmente non è chiaro quanti siano i tracer. Sappiamo che le varie Ats hanno cercato di aumentare il personale. Ad esempio Milano è arrivata a 150 operatori triplicando di fatto quelli che aveva a inizio pandemia. Ma poco altro. A metà ottobre il Sole 24 Ore è riuscito a visionare un dossier riservato dell’Istituto superiore di sanità che contava 9.241 operatori. Ma ovviamente non ci sono state successive conferme.

Quel numero sostanzialmente è irrisorio. Il tracciamento mediante tracer prevede che ogni operatore a partire da una caso di positività contatti tutte le persone che sono venute in contatto con il positivo nei 14 giorni precedenti. Una stima ottimistica prevede quindi circa 20 telefonate per ogni singolo caso. Ciò significa, in teoria, che in questo momento con circa 30mila casi quotidiani, bisognerebbe raggiungere 600mila persone. In pratica ogni tracer, ogni giorno, dovrebbe sentire 64 persone che divise per otto ore di turno significa che in un’ora sono necessarie otto chiamate cioè meno di otto minuti a persona. Tenendo conto che per ricostruire i contatti di una singola persona ci possono volere anche tre ore, tutto diventa insostenibile.

Provando a fare un conto alla rovescia e restando sui 30mila casi giornalieri e stabilendo ottimisticamente che in un turno di otto ore un tracer sia in grado di raggiungere otto persone (per chiamate non superiori ai 60 minuti) il personale necessario ammonterebbe a oltre 75mila persone. Stiamo parlando ovviamente di stime, perché i contatti di ogni singola persona possono essere di più o perché ogni telefonata può richiedere più tempo. Un’attività possibile quindi solo con casi quotidiani contenuti, che magari non superino la soglia dei 10mila positivi.

3 – I tempi di attesa per i tamponi si allungano

Ammettendo comunque che il sistema di tracciamento abbia tutto il personale necessario, ci sono anche altri problemi che mettono a rischio il lavoro. È il caso ad esempio della comunicazione dei risultati del tampone. Se infatti i tempi tra il tampone e la comunicazione dei risultati si dilatano il tracciamento in pratica diventa impossibile. In questo senso i numeri che arrivano dall’Iss non sono buoni. Grazie ai dati elaborati dal portale OnData, abbiamo provato a stimare come si sono dilatati i tempi di comunicazione dei risultati. Ad esempio se esaminiamo i tamponi fatti il 19 agosto scorso, un mercoledì, sappiamo che nel 42% dei casi all’Iss veniva notificata la positività entro il secondo giorno. Se invece esaminiamo giovedì 21 ottobre vediamo che la notifica entro i primi due giorni è scesa al 22%.

Nel bollettino settimanale Covid-19 del ministero della Salute per la settimana 19-25 ottobre si rileva in particolare “un peggioramento nella qualità dei dati riportati al sistema di sorveglianza integrato sia per tempestività sia per completezza”. Non solo. Nello stesso report si legge anche che continua a diminuire la percentuale di casi rilevati attraverso le attività di tracciamento che adesso è scesa al 19,2%, parallelamente è cresciuto il numero di casi rilevati per i quali non è stato riportato il motivo dell’accertamento diagnostico.

4 – Il problema nell’inserimento dei dati in Immuni

Una grossa mano sarebbe dovuta arrivare dalla fantomatica app di tracciamento Immuni, lanciata in tutta Italia lo scorso 15 giugno. Sulla carta l’idea non era male. Ma diverse cose fuori e intorno al lavoro di Bending Spoons non hanno funzionato. L’esperto di sicurezza informatica Matteo Flora ha spiegato a InsideOver che tutto ciò che non ha funzionato riguarda l’inserimento dei dati: “Nel caso di Immuni il problema reale è che le Ats non immettono i dati». «L’idea di poter costruire un sistema totalmente informatico che non ha allaccio con la realtà ma che deve essere usato dalla realtà”, ha continuato l’esperto, “è lo sbaglio che normalmente viene chiamato ‘Errore della Silicon Valley’. Io faccio i conti solo con la tecnologia e non con le persone”.

Per Flora l’errore principe nell’implementazione di Immuni è da ricercare nel suo essere stata pensata fuori dalle normali dinamiche di Ats, del ministero della Salute e del ministero dell’Innovazione. “Immuni è solo un’innovazione di processo e il processo in questo caso è il contact tracing che c’è sempre stato. Significa andare da chi si è ammalato e ricostruire chi ha incontrato, quando e dove. Questo è il processo che dovrà funzionare e questo è l’unico processo che davvero funziona e deve funzionare nel tutto. Quindi ogni volta che tu fai tecnologia, per innovare un processo, devi partire dal processo perché non puoi fargliela cadere dall’alto”.

Le segnalazioni di Ats o Asl che non hanno caricato i dati sono state molteplici. Emblematico il caso del Veneto che per mesi non ha inserito nel sistema i codici temporanei indicati dall’app. Ogni realtà sanitaria si è mossa in autonomia e questo ha creato più sistemi paralleli di raccolta dati per il tracciamento.

5 – Non si sa con esattezza quanti usano l’app

Le falle in questo tentativo di innovazione si vedono anche nei numeri stessi di Immuni. Da qualche giorno sul portale del ministero della Salute dedicato all’app sono disponibili alcuni dati supplementari. Al 1 novembre risultava scaricata da 9,5 milioni di persone e nei suoi primi 4 mesi e mezzo di vita avrebbe individuato 2.263 utenti positivi e inviato 61 mila notifiche di esposizione. Ma qui iniziano i problemi. Con una bella coppia di asterischi il ministero ci fa sapere che gli utenti positivi sono quelli che “hanno caricato le loro chiavi”, ma soprattutto che il numero delle notifiche è parziale. Vengono infatti “rilevate tutte le notifiche per i dispositivi iOS e solamente un terzo di quelle inviate da Android che hanno a disposizione la tecnologia necessaria per rilevarle in modo sicuro”.

Ma quindi sono numeri attendibili? In realtà no. Nei giorni scorsi Wired ha pubblicato una lunga inchiesta su quanti siano realmente i download dell’app chiedendo un accesso agli atti direttamente al ministero. La riposta arrivata non è stata delle più lusinghiere. In particolare il ministero avrebbe spiegato che non è chiaro quanti dispositivi Apple abbiano effettivamente scaricato Immuni: “Il numero di device iOs attivi di Immuni non è disponibile attraverso gli strumenti messi a disposizione da Apple”. Qualche giorno dopo l’inchiesta, nel portale Immuni sono comparsi i due numeri distinti: sette milioni di download Android e 2,5 Apple. Anche se non c’è modo di sapere se siano numeri reali oppure no.

In tutto questo non sappiamo su quanti dispositivi l’app sia realmente attiva. Sappiamo che è stata scaricata ma non è chiaro se gli utenti abbiano o meno attivato le notifiche e su questo la situazione resta quanto mai nebulosa e poco chiara.

6 – Le notifiche di Immuni mai partite che rendono vana l’app

Chiaramente l’app non è stata immune dai problemi. Nelle scorse settimane è emerso un grosso bug che in pratica l’ha resa inutilizzabile. Moltissimi utenti non ricevevano infatti le notifiche di esposizione e quindi si trovavano a scoprire eventuali esposizioni solo con un’apertura fortuita dell’app.

Sempre secondo Flora “c’è un problema reale dei ministeri di oscurantismo a tutti i livelli, volontario”. E questo in particolare riferimento proprio al bug delle innovazioni. “Il bug delle notifiche era noto da settimane, perché se andiamo a vedere i ticket online vediamo un sacco di gente che segnalava malfunzionamenti. Lo sapevano da settimane” e per settimane le autorità responsabili non se ne sono occupate, almeno finché non è esplosa la bolla mediatica.

I bug in realtà non sono finiti. Recentemente un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova ha scoperto che l’app è vulnerabile ad attacchi di tipo “relay” cioè modalità che prenderebbero di mira i cittadini inviando avvisi errati, anche in modo “doloso”. Un meccanismo sostanzialmente che servirebbe per costringere qualcuno alla quarantena o per sovrastare il sistema sanitario attraverso tamponi non necessari.

Secondo Flora molte falle sono note, ma, ammonisce “esistono sempre problemi di sicurezza per qualunque cosa. Nell’analisi di sicurezza non è che chi fa sicurezza ha riposte a ogni problema”. Il punto semmai è un altro. E cioè la mancata assunzione di responsabilità. Sulla questione delle notifiche, ha spiegato “hanno negato fino alla fine, e lo sapevano talmente bene tanto che hanno modificato addirittura la descrizione di immuni per dire ‘aprilo tutti i giorni’, in maniera silenziosa senza dire che c’era un problema”.

7 – Il mancato funzionamento in alcuni modelli

Fin dalle prime fasi di lancio di Immuni si è scoperto che l’app non era disponibile per diversi dispositivi, soprattutto quelli più datati. Se ci fermiamo ad esempio al solo universo Apple sappiamo che Immuni non funziona con versioni più vecchie di iOS 13.5 e che questo sistema è disponibile solo a partire dai modelli iPhone SE e 6s.

Questo tipo di scelta è sicuramente un limite, ma non dipende tanto dallo sviluppo quando dai protocolli messi a disposizione da Google e Apple. Potenzialmente si poteva decidere di sviluppare un app senza usare le loro architetture ma questo avrebbe comportato forse una minore adozione e molti problemi nel funzionamento. Come nel caso di Francia e Regno Unito che hanno adottato approcci centralizzati.

8 – I dati che servirebbero ma non vengono usati

C’è infine un ultimo aspetto che vale la pena esplorare. Molti economisti e epidemiologi hanno messo in luce che un modo efficace per combattere la pandemia è la raccolta di dati. Come abbiamo visto i dati sono preziosi per il contact tracing, il problema è che anche quando ci sono non vengono utilizzati.

In uno dei tanti Dpcm emessi negli ultimi mesi, nello specifico in quello del 17 maggio scorso, si chiedeva ai ristoratori di raccogliere i contatti come numeri di telefono e mail dei clienti in modo da poter eventualmente contattare tutti i clienti in caso di focolaio in un ristorante. Ma che fine hanno fatto questi dati? Contattata da InsideOver la Fipa (Federazione italiana pubblici esercizi) ha detto di non aver avuto evidenze dai propri associati in merito a richieste delle autorità di pubblica salute. In pratica per mesi i ristoratori hanno raccolto contatti senza che nessuno venisse mai a chiederli.

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