Oltre novemila persone hanno salutato Ornella Vanoni al Teatro Strehler di Milano, dove era allestita la camera ardente e poi nella chiesa e sul sagrato di San Marco, nel lungo e piovoso pomeriggio del suo funerale. Tra loro cantanti di ogni generazione, da Renato Zero a Roberto Vecchioni, dalla Nannini a Sangiorgio, da Elodie alla Zanicchi, da Leali a Dori Ghezzi. E poi vip come Luciana Litizzetto, Fabio Fazio, Mara Maionchi. E i politici, La Russa e soprattutto il sindaco della sua città, Beppe Sala. Insieme al sindaco, appunto, soprattutto i milanesi, tantissimi. Anche giovani, come il duetto di ragazzini che ha improvvisato su via San Marco le note di “Tristezza, per favore vai via”. Tutti hanno voluto abbracciare per l’ultima volta una donna che, arrivata lucida, ironica e libera come sempre a 91 anni è stata forse la più milanese di tutte. Un’autentica “sciura”, come si dice a Milano, nel senso più nobile del termine.
E Milano ha salutato questa dama della canzone, che ha chiesto di essere cremata con l’abito preferito di Dior, in tutti i suoi luoghi più amati, on primo luogo quelli del centro. Fiori e biglietti, proprio come a una regina, sulla cancellata del palazzo dove viveva in Largo Treves, a pochi passi dal Corriere della Sera. La camera ardente, appunto, presso il Piccolo Teatro: lì dove un altro grande milanese, il regista Giorgio Strehler, l’aveva scoperta e accolta con la sua giovane bellezza e la voce inconfondibile, roca e carismatica, per interpretare i testi delle canzoni in dialetto milanese della “mala”, create per lei anche da Dario Fo. Un falso storico, in verità: si era fatto credere che quel recital del 1958 portasse in teatro autentici canti popolari, ma era stato tutto fatto a tavolino da quei fantastici autori, su musiche di Fiorenzo Carpi e Gino Negri.
Canzoni che hanno reso immortale Ornella che la “mala” milanese non sapeva neanche cosa fosse, figlia benestante di un industriale, e studia nei migliori collegi anche all’estero. Ma lei era vera, intensa sapeva “gridare” il dolore, come nella sua “Ma mi”, che dà la voce a un ladruncolo rinchiuso e picchiato dai nazisti nel carcere milanese di San Vittore: “a San Vitùr a ciapà i bott”.
Dedicatemi un’aiuola
Tra i suoi luoghi c’erano anche i Giardini di Porta Venezia, dove andava con il nonno da bambina e dove la si poteva incontrare negli anni passati a fare lei la nonna con i nipoti. Proprio a proposito di giardinetti, lei aveva chiesto al sindaco Sala, con la consueta ironia, di dedicarle un giorno almeno un’aiuola. Magari aveva pensato a una di quelle aiuole dove portava l’amata barboncina nera Ondina. Una vera pet celebrità, apparsa in tivù anche da Fabio Fazio insieme a un altro amico cagnolino vip, quel Chico da 800 mila follower che è pure testimonial dei Giochi Olimpici Milano-Cortina.
Scherzando, come sempre, aveva detto: “Il Lirico l’hanno dedicato a Gaber, le due sedi del Piccolo a Strehler e Grassi, la palazzina Liberty a Fo e Rame, lo Studio alla Melato, per me non è rimasto niente. Spero che il sindaco Sala mi dedichi un’aiuola in centro”. Ma Sala, che per il giorno del suo funerale ha chiesto il lutto cittadino, ha già dichiarato che certo la sua Milano le dedicherà un ricordo importante, qualcosa di unico e straordinario come era lei.

