Un neonato di cinque mesi e la sua sorellina di appena due anni. Sono morti nelle loro culle, tra le fiamme appiccate nel quartiere Carlos Marx di Managua durante l’ennesimo attacco delle forze filo governative contro la popolazione. Il Nicaragua piange i suoi figli.

Non si placano le violenze provocate dalla sanguinosa rivolta civile che sta scuotendo il Paese. Un limbo dall’esito incerto. Uno scontro tra le parti dal finale ancora tutto da scrivere. Da un lato il regime di Daniel Ortega che tenta di sedare gli animi con l’uso della forza, dall’altra i civili che chiedono il suo addio al potere e l’avvio di una stagione democratica.

Difficile prevedere chi avrà la meglio. Lo scenario è confuso. Per le strade si alzano le barricate, da settimane le università sono occupate dagli studenti che danno corpo all’opposizione. Le aule ospitano i feriti che non vengono accolti negli ospedali pubblici. Di qua la polizia che spara proiettili, di là i manifestanti che rispondo con pietre e molotov. I fronti della resistenza sono ormai innescati in tutto il Paese.

Le immagini di ciò che sta accadendo circolano veloci sui social network. Foto e video girati con gli smartphone sono una preziosa voce fuori dal coro, infastidiscono la propaganda del regime che prova a minimizzare la crisi. Nelle ultime ore si combatte a Masaya, roccaforte della protesta.

Nel villaggio rurale sono arrivati i vescovi per una marcia pacifica, la popolazione si è unita a loro mentre suonavano a dirotto le campane. Solo a quel punto gli squadroni della morte hanno abbassato le armi. Per ora a Masaya c’è la tregua ma in altre aree del Paese continuano a volare proiettili. Due mesi di scontri hanno provocato oltre 190 morti e più di 2mila feriti, per come si stanno mettendo le cose mai ci fu dato più provvisorio.

Gli Stati Uniti hanno chiesto al presidente Daniel Ortega di indire elezioni anticipate per uscire dalla crisi politica. Inoltre, attraverso l’ambasciatore Carlos Trujillo, la Casa Bianca, ha ribadito che l’esecutivo del Nicaragua deve “rendere conto” degli atti di repressione avvenuti durante le proteste.

Notizie rimbalzate sui media locali, mentre si fa sempre più impervia la strada del negoziato di pace tra il governo sandinista e l’opposizione. Alla luce delle terribili violenze commesse a danno dei civili la Conferenza episcopale nicaraguense, incaricata della mediazione, ha più volte minacciato di abbandonare il tavolo della trattativa.

“La gravità degli sviluppi meriterebbe una commissione d’inchiesta internazionale”, ha sottolineato Zeid Ra’ad al Hussein, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il Movimiento Mundial en favor de la Infancia (MMI) del Nicaragua, di cui fa parte la ong Terre des Hommes, ha lanciato un appello al governo affinché ponga fine alla violenza e garantisca la protezione dei bambini e degli adolescenti.

“Nei conflitti sociali e nelle altre situazioni di conflitto i bambini sono particolarmente vulnerabili e le loro esigenze specifiche devono essere tenute in considerazione secondo il principio del superiore interesse del minore, come detta la Convenzione Internazionale dei Diritti dei Minori, sottoscritta dal Nicaragua” evidenziano le organizzazioni.

“Da aprile almeno 15 minori sono stati uccisi nell’ambito della crisi nicaraguense e migliaia di bambini stanno vivendo in un clima di violenza permanente, con gravi ripercussioni sulla loro salute fisica e psicologica che potrebbero segnarli per sempre” denunciano le ong.

I due fratellini morti nell’incendio di Managua, un altro minore ferito gravemente nell’ultima sparatoria. La guerra ruba l’infanzia, a volte strappa la vita. Álvaro Conrado aveva 15 anni, una folta chioma bruna, tanti sogni da realizzare. Frequentava la scuola dei gesuiti, amava studiare, era appassionato di skate e suonava la chitarra. Il 20 aprile si è presentato davanti all’Università nazionale d’ingegneria per dare una mano. Lo hanno preso come staffetta per portare acqua e bicarbonato ai ragazzi che dovevano proteggersi dai lacrimogeni della polizia. Durante uno scontro a fuoco Álvaro è stato colpito al collo. Nessuno sa da dove sia partito il colpo, ma secondo gli studenti c’erano dei cecchini appostati in zona. Il ragazzino è caduto a terra, gli amici lo hanno portato in un ospedale pubblico, il Cruz Azul, ma lì i medici si sarebbero rifiutati di ricoverarlo. Altra corsa disperata verso un presidio sanitario religioso, ma era ormai troppo tardi. Álvaro è morto dissanguato. Per tutti è il “bambino martire” il simbolo di una violenza che non si ferma di fronte a niente.