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Antonio Nagaro, un imprenditore napoletano, si è suicidato. Tre artigiani ci hanno pensato. Un uomo veneto di cinquantaquattro anni – forse dopo aver scoperto la positività al Covid-19 mediante un tampone – si è ucciso a sua volta. Queste sono solo tre storie, peraltro molto differenti tra loro. Se ne potrebbero citare altre. Ed altre, con molta probabilità, verranno citate dai media nel corso delle settimane che seguiranno. Basta e basterà scorrere le pagine dei quotidiani online: un’infermiera di Monza ha deciso di farla finita. Pare fosse positiva al nuovo coronavirus. E siamo arrivati a quattro suicidi, facendo una semplice ricerca delle notizie pubblicate di recente. Sono sufficienti due minuti per stilare un elenco tragico. Non si tratta di bollettini. Non esistono i bollettini dei decessi da suicidio durante questa pandemia. Tanti commentatori ne stanno parlando, con qualche preoccupazione.

C’è un incremento del tasso di suicidio? La “guerra” contro il “nemico invisibile” produce altre vittime oltre quelle del virus che ha sconvolto l’assetto mondiale? Non è semplice rispondere alla prima delle due domande. Servirebbe l’Istat. Il discorso cambia quando si tratta di replicare all’ultima: sì. Di sicuro esistono delle storie di vittime che non sono state contagiate dal Covid-19 ma che per il Covid-19, in qualche modo, sono morte lo stesso. Storie che parlano di stress, angoscia (che è diversa dall’ansia) e, come abbiamo visto in alcuni casi, anche di ultimi respiri esalati.

Andrebbero distinti due piani: uno è quello delle possibili conseguenze pratiche del lockdown – si pensi agli effetti economici della crisi occupazionale, con l’ondata di disoccupazione che molti istituti paventano – , dell’isolamento e della privazione di alcune libertà; l’altro riguarda quelli che hanno contratto o che hanno combattuto il Covid-19. Possibile che la questione si diversifichi. Ma un elemento comune c’è: il fenomeno globale del contagio interessa i corpi degli esseri umani ma non solo. La mente è un altro bersaglio. Poi ci sono le domande prospettiche, quelle sul domani. Basterà un vaccino per adagiare un manto tranquillizzante sulla psiche delle vittime, senza virgolette, costrette a chiudere le serrande? Oppure il prevedibile persistere delle problematiche lavorative suggerisce come il quadro psicologico della popolazione italiana sia, in media, destinato a peggiorare? La sensazione è che sia un po’ presto per tirare le somme. Comunque vadano le cose, è inutile parlare di queste circostanze senza interpellare gli esperti del settore. Anche perché sono gli unici in grado di distribuire sentenze.

Stando a questo articolo de IlSole24Ore, il 41% dei cittadini italiani rischia qualcosa in termini di salute mentale. La cifra è condivisa per esempio dal professor Giovanni Bonelli, psichiatra e psicoterapeuta, ora in pensione dall’Università di Siena. Attenzione però, perché il fattore economico, che è quello che viene maggiormente evidenziato dalle disamine, è un elemento centrale ma, il ragionamento, che è complesso, può partire da più lontano: dal profondo.

Il parere dello psicologo

“Il lockdown, come ogni situazione di crisi, ha posto le persone di fronte a incrocio: dare il meglio di sé, dare il peggio di sé, nascondersi e adattarsi. In questo periodo abbiamo visto tutti e tre i tipi di situazioni”. A dirlo è Emiliano Lambiase, psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e ora coordinatore dell’Istituto di terapia cognitivo interpersonale di Roma. L’analisi del dottore parte da un presupposto: quelli che hanno già affrontato un percorso psicoterapeutico sembrano avere più strumenti per reagire alla quarantena, all’isolamento e alle privazioni di libertà dovute alla tutela della Salute pubblica. Ma non è tutto oro quel che luccica. E non tutti hanno avuto la possibilità, o magari la forza, di intraprendere la strada della terapia. “Chi se la sta cavando ha reagito così”, dice Lambiase: “C’è chi è riuscito a sfruttare la situazione per innovare il proprio lavoro  – quando ha potuto lavorare – o per mettere mano ad aspetti o ambiti della propria vita da rinnovare o coltivare. Queste persone sono riuscite anche a sopportare le regole della quarantena prendendosi le libertà che potevano”.

Ma c’è anche chi sembra trovarsi quasi meglio costretto che libero: “Poi ci sono stati coloro che hanno approfittato della per rintanarsi in casa, evitando di affrontare le sfide che la vita quotidiana normalmente comporta. Queste persone si sono adattate così bene alla situazione! Ora la sfida vera sarà riuscire a farle uscire di casa, perché hanno trovato quel luogo sicuro che prima non trovavano. Quello nel quale non gli era possibile rinchiudersi. Ora stanno bene e temono la ripresa delle attività”.

L’elencazione delle tipologie di reazione non è terminata: “Poi esistono alcune persone che hanno iniziato ad affrontare questa quarantena in modo troppo rigido, slatentizzando, cioè portando alla luce, tratti eccessivamente ansiosi, preoccupati, rigidi ed aggressivi. Non abituati a fare i conti con emozioni negative che in questo periodo si sono iperattivate, queste persone hanno ecceduto anche con le strategie per gestire. Hanno iniziato a mettere in atto comportamenti tipici delle persone con alcuni disturbi, alimentando in questo modo un circuito vizioso, emozioni-comportamenti che, portato avanti per giorni, settimane e ormai mesi, ha fatto emergere in alcuni veri e propri disturbi psicologici”.

La situazione è assai complessa. E Lambiase prosegue: “Abbiamo persone angosciate dal contagio che disinfettano tutto e tutti; persone preoccupate che controllano in giro per vedere chi trasgredisce anche le regole non scritte; c’è chi controlla ossessivamente le notizie per vedere i numeri del giorno o informazioni su potenziali cure o vaccini. E in ognuno di questi casi, le emozioni oscillano in funzione delle informazioni trovate. Queste info, poi, vengono lette con una lente emotiva (non essendo tra l’altro esperti in materia). Insomma, in persone che prima non avevano disturbi psicologici conclamati ma solo tratti di personalità un po’ansiosi, preoccupati o critici (nessuno è perfetto, ricordiamolo – aggiunge Lambiase), questa situazione ha ingigantito queste caratteristiche”.

Tutto questo è ritenuto in fin dei conti “ordinario” dal dottor Lambiase, che poi però parla delle vicissitudini straordinarie: “Chi ha vissuto lutti senza poterli elaborare  – dato che non è stato possibile stare vicino ai propri cari e celebrarne il funerale, aggiunge  -, chi ha vissuto la malattia o il trauma della terapia intensiva, temendo di poter morire da un momento all’altro, chi ha dovuto lavorare mettendo da parte la propria salute quotidianamente per aiutare il prossimo (ad. esempio gli operatori sanitari) e chi ha perso o sta rischiando di perdere il lavoro”. In queste ultime circostanze citate, il ragionamento cambia: “Per tutte queste persone – afferma lo psicologo romano- dietro l’angolo appaiono disturbi come il post-traumatico da stress, la depressione e gli attacchi di panico…”.

Domandiamo al dottor Lambiase quali siano le conseguenze psicologiche previste. La risposta è cristallina: “Da ricerche passate, è emerso come le conseguenze negative sviluppate durante la quarantena possano durare anche mesi o per alcuni anni. A volte, queste conseguenze, possono essere incrementate proprio dalla difficoltà di adattamento ai nuovi cambiamenti”. E ora si intravede qualcosa? “Purtroppo già da un po di tempo’ si iniziano a vedere alcuni casi di suicidio, e rischiamo che aumentino se non cambia qualcosa”. In che senso? “Non intendo dal punto di vista pratico, ma almeno psicologico. Ad oggi – specifica Lambiase – non c’è mai stata una vera programmazione o preparazione psicologica per nessuno degli elementi che hanno caratterizzato questa pandemia”. E questo vale pure per “le relative soluzioni o risoluzioni”.

Adesso però siamo entrati nella fase 2. Cosa cambierà? “Come sta emergendo, rischiamo che molte persone abbiano le conseguenze psicologiche negative che ho citato. Rischiamo pure che altre, per non averle, inizino a violare le regole e le indicazioni necessarie per proteggersi”. La disamina di Lambiase su quanto messo in campo dalle istituzioni non sembra molto positiva: “Quando vengono fornire solo regole ma poche indicazioni e spiegazioni, e nessun sostegno e incoraggiamento, la mente non reagisce bene, per cui si ribella oppure si adegua in una forma di sottomissione, che produce conseguenze negative. La flessibilità psicologica che sarebbe stata necessaria per affrontare la fase precedente, e che è necessaria tuttora, necessita di preparazione e allenamento. Non si improvvisa”, ha concluso.

Il parere dello psichiatra

La visione che ci ha esposto al telefono il professor Giovanni Bonelli parte da una considerazione di base: non si può ridurre tutto alla dimensione economica. Altrimenti il rischio è quello di sotterrare il problema più grave, che riguarda invece la mancanza di speranza.

L’insieme più piccolo, insomma, va inserito in quello più grande. Ma procediamo per gradi. La domanda centrale è quella sul futuro: “Quale sarà”?. Questo è il tema che pervade le menti di chi è stato sconvolto da una pandemia. Nel mondo contemporaneo – prosegue Bonelli – è fondamentale la dimensione del benessere, che è fatta di contatti, di viaggi e di esperienze. Tutto questo è venuto meno. Ma non c’è solo la perdita economica.

Bisogna tenere in considerazione quella che Bonelli chiama la “perdita di tutto il resto”. Lo “strumento positivo” rimane – p almeno dovrebbe rimanere – il “discorso di speranza”, che serve anche a restituire “identità” alle persone. “Non si può vivere di speranza – afferma il professor Bonelli – ma bisogna che una persona abbia speranza”, che suona diverso. La “speranza” contribuisce alla creazione di una dimensione futuribile. Senza quel “discorso di speranza”, dunque, non si può avere un “futuro”. “Isolando le persone – continua lo psichiatra senese – sono stati alimentati sentimenti di solitudine”. E poi c’è la “paura”, anche quella di “morire”, che è stata ed è “estremamente forte”. Anche la “solitudine” per Bonelli contribuisce ad alimentare la “paura della morte”. L’immobilità, ancora, porta ad un certo grado di “frustrazione”. Ma non è finita qui: questo è solo il principio del ragionamento.

Bonelli registra anche una “accentuazione” del “senso di colpa”, che per lo psichiatra toscano è dovuta ai media. “Io resto a casa” può significare che “se esco sono colpevole”. Si è dunque in qualche modo contagiati dalla “paura della punizione”, che porta proprio all’aumento della “frustrazione”, che può scatenare “comportamenti aggressivi”. Comportamenti aggressivi che possono essere rivolti verso se stessi, come con il suicidio, e verso gli altri. Ma l’esempio di comportamenti aggressivi verso se stessi può includere anche i dolori muscolari o le gastriti. Quel 41%, quindi, è spesso stato certificato in Italia. Soltanto che adesso sarebbe “più evidente” rispetto al quadro dell’esistenza di tutti i giorni.

E cosa servirebbe? “Strumenti per affrontare il sentimento di morte, la colpa e la solitudine”. Tipo? “Favorire gli hobby, pescare dalle esperienze passate, scoprire nuove attività”. Bisogna in sintesi “evitare fenomeni di frustrazione, quindi di aggressività”. L’esempio fatto da Bonelli è quello post-bellico, un focus che riguarda pure l’influenza spagnola: “Quella pandemia venne messa in secondo piano dalla speranza di una rinascita. Per quanto la spagnola abbia forse generato più morti della stessa guerra”.

La percezione diffusa racconta di come “in questa guerra contro un virus non ci siano o non ci vengano concesse le armi per poter sperare”. E poi c’è un altro discorso, quello della libertà: “Nella fase 2 – conclude Bonelli – sei più o meno libero di fare quello che già potevi fare nella fase 1”.

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