Da quando è esplosa la pandemia da coronavirus è emersa una maggiore consapevolezza delle criticità che attanagliano il sistema sanitario. Quest’ultimo, in una corsa contro il tempo, ha retto l’impatto dell’emergenza dando dimostrazione di poter fronteggiare una situazione impensabile in un’epoca moderna e all’avanguardia nei Paesi industrializzati. Ma a chi attribuire il merito di questo risultato? Sicuramente alla grande capacità di tutto il personale sanitario, con medici che pur di portare al termine la propria missione hanno compiuto importanti sacrifici costati a volte anche la vita.

L’arrivo della pandemia e la difficoltà degli ospedali

Ospedali strapieni, lettini nei corridoi, trasferimenti di pazienti Covid dalla Lombardia alla Sicilia per insufficienza di posti letto, appelli dei virologi: sono queste le immagini che dallo scorso mese di marzo 2020 hanno tempestato i media dimostrando i salti mortali compiuti per garantire a tutti i malati la possibilità di essere curati. L’arrivo improvviso della pandemia ha messo a dura prova il sistema sanitario che si è trovato a fronteggiare l’ondata del coronavirus in uno stato di sofferenza: posti letto insufficienti e poche terapie intensive di fronte a quei numeri di contagio che si estendevano a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, colpendo in modo devastante la Lombardia. Per far fronte alla grave situazione sono stati realizzati anche i Covid Hospital come quelli della Fiera di Milano e della Fiera del Levante a Bari. La macchina organizzativa per creare più posti possibili ha funzionato però  grazie alla presenza di tutto il personale medico che ha saputo metterla in movimento.

Nel pieno di una nuova ondata del coronavirus, a dare conferma della grande capacità di reazione degli ospedali è Matteo Bassetti, direttore del reparto Malattie Infettive del San Martino di Genova: “Per gli investimenti che ha il sistema sanitario – dichiara il professore su InsideOver – secondo me ha retto fin troppo bene. Noi abbiamo assistito tutti quelli che hanno avuto bisogno di essere assistiti e abbiamo creato posti letto. Io credo che il lavoro fatto soprattutto a livello regionale sia stato un  lavoro per la maggioranza delle Regioni, con uno sforzo enorme che secondo me ha soddisfatto la domanda”.

“Dobbiamo pensare – continua Bassett i- che il nostro sistema era stato pesantemente depauperato e, così per com’era, è riuscito ad affrontare un’emergenza sin troppo bene. Nonostante il disastro degli investimenti di questi ultimi anni nel settore sanitario, il sistema ha retto bene rispetto agli altri settori”.

“Occorre un nuovo piano Marshall”

Le difficoltà nell’affrontare la pandemia unitamente agli sforzi compiuti da tutto il personale medico e sanitario sarebbero di certo state più lievi se il ramo della Sanità avesse giovato di tutti quegli investimenti che sono mancati negli ultimi anni. La spesa italiana in questo settore ha avuto una significativa riduzione a partire dal 2011. Il messaggio è chiaro: quanto accaduto con la pandemia fa comprendere la necessità di rivalutare il comparto sanitario con degli interventi che rivedano e riorganizzino da capo ogni aspetto. Quando il Covid-19 sarà un ricordo, nulla deve essere più come adesso: “Necessitano tanti miliardi – dichiara Basetti – e occorre ridisegnare la sanità del futuro che deve essere più vicina al cittadino. Non possono esserci più due sistemi che non si parlano, ovvero l’ospedale e il territorio. Questi devono diventare un tutt’uno. Devono essere due sistemi complementari e non mutualmente esclusivi”.

L’appello del professore di Genova è quello di indirizzare una nuova spesa verso le strutture sanitarie: “Necessitano investimenti negli ospedali con potenziamento dei posti di terapia intensiva, aumento dei posti letto di medicina interna ma anche investimenti in personale sanitario, in formazione e sulla medicina territoriale. Necessitano anche investimenti infrastrutturali per gli ospedali. Ci vuole un nuovo piano Marshall per la sanità che guardi da oggi fino ai prossimi 10 anni. Va ripensata completamente cercando di ascoltare le regioni con un coordinamento centrale da parte del Ministero”.

Italia più povera vuol dire sanità più carente

La classe dirigente italiana imparerà la lezione ricevuta dalla pandemia tornando ad investire sulla salute dei cittadini? Da questo punto di vista è importante chiarire l’aspetto economico. Per comprendere quest’ultimo concetto, occorre tirare fuori i dati sugli investimenti sulla sanità degli ultimi anni. Si parte dai numeri del ministero della Salute, i quali hanno evidenziato come la spesa sul sistema sanitario nazionale è passata dai 71 miliardi di Euro del 2001 ai 114 del 2019. Tuttavia, l’aumento degli investimenti evidenziato è stato di gran lunga inferiore rispetto al previsto. In un rapporto pubblicato a settembre, la fondazione Gimbe ha evidenziato che alla sanità italiana sono mancati negli ultimi 10 anni almeno 37 miliardi di Euro.

Dunque, il vero problema contro cui l’Italia si è ritrovata improvvisamente a combattere non ha riguardato il taglio della spesa, quanto una mancata continuità nell’aumento degli investimenti. Quest’ultima circostanza essenziale per garantire standard di efficienza dei servizi. In poche parole, il nostro Paese ha puntato sempre meno sulla sanità. E non soltanto per mere scelte politiche. Su ilSole24Ore Antonino Iero, ex consulente finanziario in pensione, ha analizzato l’andamento della spesa italiana ed europea nel settore sanitario degli ultimi anni. Ad emergere è stato un quadro dove l’Italia è risultata essere indietro rispetto ai principali Paesi europei soprattutto nella spesa sanitaria pro capite. Vale a dire che gli italiani hanno avuto sempre meno risorse a disposizione per la salute. Da qui una drammatica conclusione: “Il sistema sanitario italiano è più debole rispetto a quelli di altri Paesi – scrive Iero – perché l’Italia è significativamente più povera”.

Abbiamo cioè investito di meno sulla sanità perché abbiamo avuto meno risorse a disposizione. L’economia è in affanno e il nostro Paese ha meno soldi da mettere sul piatto. Il futuro quindi si prospetta tutt’altro che roseo, visto che le misure anti Covid stanno comportando un incremento della stagnazione economica. Chi pagherà quindi i tanti auspicati aumenti degli investimenti sulla sanità?

L’effetto dei mancati investimenti sulla sanità nell’attuale emergenza Covid

Che incidenza hanno avuto i mancati investimenti sull’attuale emergenza coronavirus? Per rispondere a quest’ultima domanda, occorre andare a prendere la classifica dei Paesi con la media più alta di posti letto in ospedale. Come evidenziato da Pio D’Emilia, al timone di questa graduatoria ci sono Giappone e Corea Del Sud. Il primo, con circa 8000 ospedali, ha 13.2 posti letto ogni mille abitanti. Il secondo invece, su una popolazione di 50 milioni di abitanti, ha 4000 nosocomi e 12.5 posti letto ogni mille abitanti. Non è forse un caso che entrambi questi Paesi sono tra quelli lodati per la gestione dell’emergenza coronavirus. L’epidemia corre anche qui, ma con meno vittime e con impatti ridimensionati sulla vita dei cittadini.

Per la cronaca, l’Italia in quella classifica è al ventiseiesimo posto con 3.26 posti letto ogni mille abitanti e mille ospedali attivi con una popolazione di quasi 60 milioni di cittadini. Motivo in più per ritenere che, tanto oggi quanto in futuro, le emergenze verranno risolte solo dai Paesi con un robusto sistema sanitario.