Il coronavirus fa parte ormai della nostra quotidianità da diversi mesi e nonostante ciò sono ancora tante le domande sul corretto modo di comportarsi non solo in pubblico ma anche in privato. L’arrivo di un vaccino per i prossimi mesi lascia aperto uno spiraglio di speranza, ma nel frattempo occorre essere prudenti anche perché le festività del Natale incombono. Abbiamo fatto il punto della situazione con Paolo Bonanni, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università degli studi di Firenze.

Le misure contenitive del virus adottate fino ad ora secondo lei sono quelle giuste?

Le misure contenitive vanno bene, credo che il vero problema non siano le misure in sé quanto la mancanza della loro applicazione da parte di alcuni cittadini. Le famose tre regole che prevedono il distanziamento fra le persone, l’utilizzo della mascherina e del gel alcolico per disinfettare le mani sono importanti. Spesso si vedono persone che non indossano bene le mascherine portandole sotto al naso e lasciando libera una parte dell’apparato respiratorio attraverso la quale noi eliminiamo ed assumiamo particelle. Andrebbe applicata una punizione alle persone che nella loro superficialità creano danni a quelle ligie al dovere. Si potrebbe applicare ad esempio nei loro confronti una multa. Forse così inizierebbero a capire l’importanza dell’uso corretto delle mascherine.  

Con la divisione dell’Italia a tre colori possiamo pensare alla diminuzione dei numeri di contagio?

Penso proprio di si. È  importante però che le Regioni diano i dati corretti della loro situazione in modo da poter differenziare ed evitare il lockdown generalizzato come da  marzo a maggio scorsi. Anche perché sappiamo che gli effetti del lockdown hanno importanti conseguenze non solo a livello psicologico ma anche a livello economico per numerose attività. Ribadisco che ci vuole responsabilità da parte di tutti.

Spesso quando si parla di comportamenti prudenti ci si appella molto ai giovani. Quale consiglio invece darebbe agli anziani?

I ragazzi hanno maggiore voglia di socialità e quindi hanno maggiori contatti fra loro rispetto ai più grandi per cui, tendenzialmente, sono loro quelli che vediamo in giro a non rispettare le regole, però è vero che ci sono adulti e anziani che non rispettano le misure di prevenzione richieste. Forse c’è una sorta di fatalismo di fronte al virus, invece bisogna rendersi conto dei rischi che si corrono, soprattutto ad una certa età. Bisognerebbe “educare” le persone anziane al corretto uso della mascherina. Occorre essere rigidi e costanti nell’applicazione delle misure di protezione individuale.

Si è parlato molto della possibilità di prevedere, in caso di future altre ondate dell’epidemia, misure restrittive unicamente per gli anziani e le fasce più deboli della popolazione. Lei crede in questa eventualità?

In linea teorica è un provvedimento che ha senso, ma lo trovo di difficile applicazione. È necessaria una maggiore responsabilità sociale da parte di tutti. Dobbiamo rassegnarci all’idea che il virus c’è e ha cambiato le nostre vite. Dobbiamo avere pazienza ed usare le mascherine: è più indolore avere a che fare con i fastidi della mascherina sul naso che coi i problemi del coronavirus.

Se all’interno di un nucleo familiare dovesse ammalarsi qualcuno e non c’è la possibilità di una seconda casa per la quarantena come ci si deve comportare?

Ci sono molti casi di questo tipo. Occorre stare a contatto il meno possibile: fare i turni per andare in cucina a mangiare e se c’è solo un bagno occorre disinfettare tutto una volta che la persona affetta dalla malattia lo ha usato. Poi è necessario l’utilizzo delle mascherine, soprattutto da  parte dei conviventi che sono negativi. In questo caso consiglio quelle tipo  quelle del tipo Fp2 che proteggono la persona che le indossa rispetto a quelle chirurgiche ha hanno l’effetto di proteggere gli altri e non se stessi.

In questi giorni si parla spesso delle cene di Natale e di numeri ridotti tra conviviali. Qual è il suo punto di vista in merito? Come dobbiamo comportarci?

Siamo in una fase che sembra preludere a una discesa della curva epidemica, quindi mantenendo le attuali disposizioni dovremmo andare verso un calo. Il problema è non far partire una terza ondata subito a gennaio e questo può accadere. Se si sarà un po’ più permissivi il rischio che parta una nuova ondata subito dopo è concreto. Quindi mi sembra sia ragionevole, ovviamente mantenendo tutte le misure, magari fare raduni più piccoli nelle case proprio per minimizzare questo rischio.

Proprio in vista delle festività, c’è chi si è schierato a favore di maggiori restrizioni per i negozi e chi, al contrario, ha parlato di aperture prolungate per evitare assembramenti: qual è la via più giusta da seguire?

Bisogna affrontare questo discorso con un po’ di ragionevolezza. Io credo che mettendo dei controlli adeguati si può andare verso una moderata riapertura degli esercizi, anche per cercare di ridare un po’ di ossigeno all’economia. Bisogna evitare di arrivare all’estremo dove, per non prendere l’infezione, si mettano sul lastrico intere categorie di persone. Tutte queste cose le vedo fattibili, ma ci vuole controllo e ahimè, mi dispiace usare questa parola, repressione. Bisogna far capire che queste regole valgono per sé ma anche per vivere in una comunità in cui tutti siano più garantiti.

Guardiamo per un attimo al dopo emergenza: quando torneremo ad una vera normalità?

“Intanto occorre pensare che la natura ci può sorprendere, quindi non si può escludere che dopo due ondate il virus non si ripresenti. Ma questo è più un sogno che una considerazione scientifica, lo propongo come un’ipotesi remota ma non escludibile a priori. Io credo che se il virus continuerà ad essere in mezzo a noi, come purtroppo è molto probabile, la possibilità di metterlo sotto controllo ci sarà quando avremo un vaccino da fare a una larga fetta di popolazione e che possa non soltanto prevenire la malattia, che è il minimo che si chiede a un vaccino, ma anche prevenire la diffusione dell’infezione. In questa maniera pian piano potremo rendere il virus un nostro compagno di strada, ma non così pericoloso e diffusivo. Diventerebbe magari una malattia endemica, quasi un’influenza stagionale”.

Come interpretare le ultime notizie che arrivano sul fronte dei vaccini?

“La speranza è più che buona, anche perché non c’è soltanto un vaccino ma ce ne sono tanti in fase avanzata di sperimentazione clinica, che prelude poi a un’attenta azione di valutazione delle autorità regolatorie, che sono la Fda negli Usa e l’Ema in Europa. Ovviamente queste agenzie avranno un canale preferenziale per questi vaccini, perché ne abbiamo bisogno, ma questo non comporta mai una minore attenzione sul fronte della sicurezza. Mi dispiace vedere che qualcuno metta qualche pulce nelle orecchie e qualche dubbio sull’attenzione alla sicurezza dei vaccini. Su questo inviterei a essere assolutamente confidenti sul fatto che le cose vengano fatte con molta attenzione”.

Passato l’incubo coronavirus, come ci si dovrà comportare per prevenire nuove pandemie?

“Evitare che sorgano dei nuovi agenti infettivi che possano avere un effetto pandemico è impossibile. Il problema è che abbiamo virus che circolano nei serbatoi animali selvatici in maniero molto abbondante. Quello che possiamo fare noi è preparaci maggiormente. Penso che questa pandemia ci abbia insegnato tanto sull’importanza di essere pronti. La prima lezione da imparare è non essere sforniti di servizi di tipo territoriale e di tipo preventivo. Abbiamo tagliato tanto negli ultimi anni all’interno del sistema sanitario nazionale, soprattutto nei servizi che sembravano quelli meno urgenti. Questo deve servire da lezione. Io credo che la prima ondata della pandemia è stata molto più forte proprio per questo motivo, non si può far confluire tutti in ospedale, deve esserci una medicina del territorio che filtri gli accessi ai nosocomi”.

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