A inizio marzo, mentre in Italia esplodeva l’emergenza Coronavirus e la paura e gli interrogativi per il nostro futuro prossimo ci assalivano, intanto dall’Africa equatoriale, sempre in tema di epidemie, arrivava una notizia straordinaria: dopo 19 mesi, era cessata, in Repubblica Democratica del Congo, la seconda peggior epidemia di Ebola della storia e la prima in un contesto di guerra.

Dopo un anno e mezzo, le regioni orientali del Paese dei Grandi Laghi uscivano da un incubo, quello del virus più letale al mondo che aveva causato la morte di 2264 persone e il contagio di altre 3400. Si era trattato dell’ epidemia di Ebola più feroce per numero di bambini colpiti, il 30% delle vittime infatti erano state minori di 14 anni e durante i 570 giorni di diffusione del morbo, nella città di Beni, epicentro dell’infezione e assediata tra l’altro da diverse formazioni ribelli, la popolazione aveva convissuto con la morte che prepotentemente si era fatta largo nel quotidiano. Le cerimonie funebri si svolgevano senza tregua, carri funebri e ambulanze non cessavano di attraversare le vie cittadine, i pianti e le urla di disperazione delle madri abbattevano la muraglia impenetrabile della foresta congolese e la vita scorreva in margine alla morte: giorno dopo giorno, ora dopo ora, secondo dopo secondo.

Un mese fa l’orrore dell’epidemia di Ebola sembrava essere finito e a dichiararlo era stato anche il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus che aveva così commentato la notizia della guarigione dell’ultimo paziente risultato positivo al virus: ”Questa è una notizia bellissima per tutto il mondo”. Una storia, quella della fine del contagio in Congo, che in un momento delicato e drammatico come quello della pandemia del Coronavirus aveva dato fiducia e speranza a tutto il pianeta. In quei frangenti di gioia e giubilo collettivo c’è stato però anche chi ha avuto la lucidità e la preveggenza di non abbassare la guardia e ha invitato alla calma: Tarik Jasarevic , portavoce dell’Oms, in quelle ore di entusiasmo si espresse così: ”Data la complessità della situazione, bisogna essere prudenti con le valutazioni perché un solo caso potrebbe far riesplodere l’epidemia”.

Parole, quelle del portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che in queste ore echeggiano come un vaticinio, infatti in Congo l’Ebola è ritornata. Venerdì, il giorno in cui le autorità avrebbero dovuto dichiarare la fine del contagio, a Beni un uomo di 26 anni ha mostrato i sintomi della febbre emorragica ed è risultato positivo. “La scoperta di un nuovo caso di Ebola nel Nord-Est della Repubblica Democratica del Congo è una pessima notizia – ha riferito all’Agenzia Dire e al quotidiano Repubblica– Robert Ghosn, responsabile delle Operazioni Ebola per la Federazione internazionale della Croce Rossa (Ifrc)- Che ha poi proseguito dicendo- ”Dopo mesi di duro lavoro, non solo l’Ebola non è stata sconfitta, ma dobbiamo prepararci anche all’epidemia di Covid-19”. Immediata è arrivata anche la dichiarazione del Presidente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus attraverso un post su Twitter pubblicato a poche ore dalla diffusione della notizia del nuovo caso di Ebola:” Dopo 52 giorni senza alcun caso, le squadre di sorveglianza e di risposta sul campo hanno confermato un nuovo contagio. Sfortunatamente questo significa che il governo della RDC non sarà in grado di dichiarare la fine dell’epidemia di Ebola come avevamo sperato. I nostri team sono già sul campo per approfondire le indagini e attuare azioni di sanità pubblica”.

Il giovane uomo di 26 anni è deceduto a causa del virus e adesso nel Paese africano si registra un secondo decesso sempre imputabile a Ebola e una terza persona versa in condizioni estremamente gravi. Intanto, in Congo, si registrano anche 250 casi di covid19 e 20 decessi legati al virus Sars-cov2, inoltre non bisogna dimenticare anche l’epidemia di morbillo che ha già provocato la morte di 6mila persone, per lo più bambini. Ora come non mai occorre quindi ascoltare le parole di Robert Goshon della Croce Rossa Internazionale che ha così risposto in merito a una domanda su un eventuale sviluppo dei focolai di Ebola e Coronavirus in Congo: ”Una doppia epidemia sarebbe una catastrofe che né il Congo né il resto del mondo possono permettersi”

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