Non bastassero gli accordi opachi sui vaccini anti Covid stretti tra l’Unione europea e le case farmaceutiche, i ritardi nella consegna delle dosi ai Paesi membri e la burocrazia imperante di Bruxelles – la stessa che ha fatto perdere tempo prezioso per l’approvazione di nuovi sieri – c’è da mettere in conto un altro aspetto cruciale. Il business europeo dei vaccini contro il coronavirus dipende da un complesso sistema di appalti e subappalti, coadiuvato indirettamente proprio dalle società produttrici dei vaccini.
Come spesso accade in ambito europeo da un po’ di anni a questa parte, l’Italia è stata “beffata”. Basta dare uno sguardo ai luoghi in cui sono raccolti i siti di produzione e di “infialamento” degli antidoti, situati per lo più in Germania e Francia. Dovessimo invece allargare il discorso al resto del mondo, a quel punto entrerebbero in corsa anche Stati Uniti e Cina. Ma non l’Italia, costretta a guidare i bassifondi di un’ipotetica classifica relativa alla produzione dei vaccini. E non solo per errori commessi nel presente, quanto piuttosto da valutazioni errate fatte nel recente passato.
Gli errori di Roma
Fino a poco tempo fa, l’Italia era un Paese che, non avendo sul proprio territorio factory adeguate, non poteva produrre un vaccino per una patologia virale. In ottica futura, la situazione si è parzialmente sbloccata qualche settimana fa, con lo stabilimento di Castel Romano, alle porte di Roma, ampliato e impiegato come sito di produzione per l’antidoto anti Covid made in Italy realizzato da Reithera. Ma il confronto con le altre nazioni europee è impari.
Facciamo un passo indietro per capire di cosa stiamo parlando. La quantità di dosi fin qui pattuita tra l’Ue e le case farmaceutiche ammonta a circa 20 miliardi di euro. Soldi, questi, che saranno suddivisi tra le aziende intermediarie entrate a far parte nella filiera di approvvigionamento delle stesse multinazionali del farmaco. In altre parole – come ha sottolineato Il Fatto Quotidiano -, le cosiddette Big Pharma hanno subappaltato le varie fasi della produzione dei vaccini ad aziende più piccole, sparpagliate in tutta Europa così da coprire l’intero continente.
Piccola anticipazione: nessuna di queste aziende è italiana. L’Italia può contare sugli stabilimenti di Catalent, inerente ad AstraZeneca e Johnson & Johnson, e Sanofi, per il siero francese ancora in fase di sviluppo. Il primo è americano, il secondo francese. Entrambi saranno poi coinvolti nella sola fase di “infialamento”, ossia nel riempimento delle fiale con il materiale biologico dei vaccini. Peccato che questa sostanza sia realizzata in stabilimenti dislocati oltre le Alpi, nell’Europa centro settentrionale. Insomma, gli altri producono il vaccino nel vero senso della parola, mentre l’Italia si limita a riempire i flaconcini.
Una corsa impari
Come aveva già raccontato a giugno su InsideOver Emanuele Montomoli, professore ordinario di igiene e sanità pubblica presso l’Università di Siena, l’Italia avrebbe potuto incontrare diversi problemi lungo il suo percorso verso il ritorno alla normalità per via dell’assenza sul territorio italiano di una factory abilitata a produrre vaccini. “Ce l’aveva fino a un paio di anni fa. A Siena c’era Novartis, prima che questa fosse acquisita dalla casa farmaceutica GlaxoSmithKline (Gsk). Quest’ultima, in seguito a legittime strategie interne, ha deciso di mantenere il braccio produttivo di vaccini virali in Belgio e lasciare a Siena solo quello inerente ai vaccini batterici”, aveva spiegato Montomoli.
E quindi? Dal momento che adeguare gli impianti esistenti alla produzione di massa richiederebbe, oltre a ingenti risorse, tempi lunghissimi (più o meno 8 mesi), e che né Pfizer né Sanofi pare siano in trattativa con partner italiani, Roma dovrà armarsi di pazienza. Anche perché, ha ribadito un portavoce dell’Ue, i singoli Paesi che hanno aderito ai contratti europei – e quindi al sistema delle quote – non possono accordarsi bilateralmente con le singole case farmaceutiche (peccato che Germania e Francia, come ebbero modo di far notare i media tedeschi, decisero di infischiarsene).
Nel frattempo, Germania e Francia possono dormire sogni relativamente tranquilli. Berlino può contare su nove siti di produzione e sette di “infialamento”. Parigi segue a ruota con un centro di produzione e quattro di infialamento. Bene anche il Belgio, con due centri produttivi e uno di “infialamento”. BionTech-Pfizer e Curevac comprendono cinque Paesi e più della metà delle fabbriche dislocate in tutto il Continente. L’Italia? Fuori dai radar. Anche e soprattutto a causa dei suoi errori passati.