diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

La Norvegia è in procinto di emanare una legge che vieta di indossare qualsiasi tipo di velo islamico che copra il volto negli asili, nelle scuole e nelle università. Secondo fonti del governo norvegese, la normativa è pronta per essere resa efficace e occorre limare alcuni dettagli per evitare d’incorrere in errori che possano inficiare, per via giudiziaria, la validità della legge. In caso di approvazione, la Norvegia sarebbe l’ultimo caso di Paese europeo che decide di creare una norma che vieti l’uso di burqa e niqab in determinati luoghi pubblici: una legge di particolare importanza per il Nord Europea dal momento che sarebbe il primo Stato della Scandinavia ad adottare questo tipo di regolamento.Il governo norvegese, attualmente guidato da Erna Solberg e composto dal Partito Conservatore della Norvegia e dal Partito del Progresso, e che è in sostanza un governo di minoranza che deve riuscire a trovare l’accordo di altre forze politiche per attuare le riforme volute dall’esecutivo, spera di ottenere un largo consenso. In particolare, i conservatori si appellano al fatto che questa legge abbia come scopo fondamentale l’integrazione delle donne straniere, soprattutto delle giovani, nella società norvegese. In un’intervista rilasciata all’agenzia Reuters, il ministro dell’Istruzione norvegese, Torbjoern Roe Isaksen, ha sostenuto come questa legge abbia il fine di tutelare la società norvegese e l’educazione che la scuola deve impartire: un’educazione che, a detta del ministro, passa anche attraverso la migliore forma di comunicazione possibile, fattore che non è raggiungibile con il volto coperto.I detrattori della riforma hanno immediatamente puntato il dito sulla volontà del premier di raccogliere consensi in vista delle elezioni di settembre, quando i cittadini norvegesi dovranno recarsi alle urne per rinnovare il Parlamento. In questo senso, una mossa di questo tipo potrebbe rafforzare i voti a destra del Partito Conservatore e dimostrare che il governo ha il controllo sull’immigrazione e non subisce i rischi di radicalizzazione e di ghettizzazione che si stanno manifestando nella vicina Svezia. Probabilmente, il fatto che questa riforma arrivi nell’estate delle elezioni è anche frutto di tattica politica. Ma è anche vero che il messaggio che si vuole inviare va ben al di là della semplice tornata elettorale ed avrà un impatto importante nella società norvegese. Se la riforma voluta da Solberg sarà attuata, tutti coloro che non si sottometteranno a questo divieto potrebbero essere espulsi dalle università così come perdere il proprio posto di lavoro. Si tratta dunque d una scelta abbastanza radicale, che dimostra la volontà di mostrare il lato duro della società norvegese di fronte al rischio di radicalizzazione.Il tema del velo è particolarmente in Scandinavia, poiché la rotta balcanica ha come terminale ultimo proprio i Paesi della regione, in particolare la Svezia. Tuttavia, rispetto a Stoccolma, Oslo non ha mai approvato una linea soft nei confronti della politica migratoria. Al contrario, la Norvegia si è dimostrata uno dei Paesi che più hanno resistito alle logiche dell’accoglienza intesa come accettazione dei valori delle nuove popolazioni in entrata. Soltanto l’anno scorso, il ministro per l’integrazione, Sylvi Listhaug, fu costretto a dimettersi dopo che aveva scritto sul proprio profilo di Facebook “Qui mangiamo carne di maiale, beviamo alcolici e mostriamo le nostre facce. Bisogna rispettare i valori, le leggi e le regole della Norvegia quando arrivi qui”. Il post aveva scatenato le ire delle opposizioni e aveva costretto il ministro alle dimissioni. Ma sulla questione del velo, anche la premier Solberg era stata altrettanto chiara, quando disse in un’intervista che non avrebbe mai assunto per un lavoro una persona con il niqab.La proposta di divieto del velo integrale da parte della Norvegia in tutti gli edifici scolastici, dall’asilo all’università, resta una legislazione di divieto parziale ma dal forte impatto sociale. In questo senso, la Norvegia si pone in un’ottica diversa rispetto agli atri Stati, ritenendo che il burqa o il niqab siano un problema nell’educazione dei ragazzi. Una sorta di aggiramento del problema che dimostra una certa scaltrezza di linguaggio ma anche una profonda visione politica. L’idea è in sostanza che il divieto debba essere imposto proprio nel momento in cui la giovane musulmana entra nel mondo scolastico e viene educata ai valori dello Stato. Un sistema d’integrazione alternativo che, probabilmente, aiuterà molto di più l’inclusione sociale delle donne musulmane rispetto alle decisioni di altri Stati di lasciare libera questa pratica di copertura del volto.