Nelle ultime ore il Favipiravir, un farmaco antinfluenzale giapponese meglio noto con il nome di Avigan, è finito al centro di un accesso dibattito. Se in un primo momento sembrava che il medicinale, sviluppato nel 2014 dal gruppo nipponico Fujifilm Toyama Chemical, potesse rivelarsi un valido rimedio contro il nuovo coronavirus, l’entusiasmo iniziale è stato frenato dall’Associazione italiana del farmaco.

L’Aifa ha espresso diverse perplessità sull’Avigan visto che nonostante “i dati disponibili sembrino suggerire una potenziale attività di favipiravir” non ci sono ancora informazioni certe “sulla reale efficacia nell’uso clinico e sulla evoluzione della malattia”.

In ogni caso il farmaco è stato approvato dalle autorità giapponesi sei anni fa, prevedendone l’utilizzo in caso di pandemie influenzali. Fino a questo momento l’impiego dell’Avigan è consentito in Giappone e, da pochi giorni, in Cina; nessuna approvazione, invece, è arrivata dall’autorità per i farmaci americana, Fda, ed europea, Ema. Per quanto riguarda il contesto giapponese è importante sottolineare come l’uso di questo farmaco sia consentito ma solo di fronte a condizioni di emergenza, ossia quando il trattamento di tutti gli altri antivirali si rivela inutile.

Avigan e lo studio cinese

Che cos’è che ha improvvisamente trasformato l’Avigan in una possibile ancora di salvezza contro il Covid-19? Niente meno che una ricerca condotta in Cina da Qingzian Cai dell’Università di Shenzen. Nel tentativo di mettere a confronto gli effetti del farmaco giapponese con quelli di altri antivirali, come ad esempio lopinavir e ritonavir, sono stati presi in esame 80 pazienti contagiati.

Lo studio dimostra come l’impiego di Avigan sia in grado di ridurre di 4 giorni il tempo di scomparsa del coronavirus, rispetto agli 11 necessari nel gruppo di controllo trattato con gli altri medicinali. A dimostrazione della sua efficacia troviamo un altro dato: nel 91% dei casi c’è stato un netto miglioramento delle Tac ai polmoni.

Certo, due sono le precisazioni da fare: intanto che l’esperimento è stato fatto su un gruppo ristretto di individui, inoltre l’Avigan non blocca la malattia ma – usiamo il condizionale – potrebbe mitigarla nella sua fase iniziale. In Cina hanno preso questa cosa sul serio e le sperimentazioni proseguono da settimane. Zhang Xinmin,direttore del Centro nazionale cinese per lo sviluppo della biotecnologia, ha detto, riferendosi ad Avigan, che il farmaco “ha un livello elevato di sicurezza ed è chiaramente efficace nel trattamento” dell’infezione causata dal nuovo coronavirus.

Clorochina fosfato, favipiravir e remdesivir

In attesa di capire se le affermazioni del signor Zhang siano confermate, il Global Times dedica un lungo approfondimento ai farmaci che sta testando Pechino contro il Covid-19. Alcuni di questi studi, scrive il quotidiano cinese, hanno dimostrato un’efficacia clinica “abbastanza buona” di vari farmaci come clorochina fosfato, favipiravir (cioè Avigan) e remdesivir.

Esperimenti in vitro hanno dimostrato ad esempio che la clorochina fosfato, usato da molti anni contro la malaria, “può efficacemente inibire la nuova infezione da coronavirus”. Al momento è in fase di sperimentazione clinica su oltre 100 pazienti in oltre 10 ospedali di Pechino e Guandong.

L’antinfluenzale favipiravir è stato invece sottoposto a una sperimentazione clinica a Shenzen. Il risultato iniziale? Si parla di “un’efficacia relativamente evidente” quando il Covid-19 non si trova in fase avanzata. Infine troviamo il remdesivir, sviluppato contro le infezioni da Ebola. Questo farmaco, in sperimentazione in una decina di ospedali a Wuhan, ha mostrato un’attività antivirale “abbastanza buona” contro il nuovo coronavirus “a livello cellulare”.