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Chiamatelo overtourism, turistificazione o come preferite, ma sempre di un sintomo di declino stiamo parlando: puntare sui flussi turistici senza uno straccio di strategia politica. All’italiana, insomma. E difatti, nel Belpaese è oramai un luogo comune considerare la cosiddetta “industria” del turismo come “una delle più dinamiche al mondo e più strategiche della nostra economia”, secondo l’entusiasta definizione data dalla premier Giorgia Meloni il 29 settembre scorso, in occasione del summit del Wttc, l’organizzazione mondiale che riunisce governi, associazioni e imprese del settore.

La cartina di tornasole di un mercato abbandonato a una logica puramente speculativa l’ha data il putiferio scatenato dall’annuncio, da parte del ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di aumentare la cedolare secca dal 21% al 26% sugli affitti brevi per turisti. Forza Italia sulle barricate, lo stesso Matteo Salvini contrario. Una possibile mediazione prevede l’innalzamento dell’aliquota solo per quei proprietari che si affidino alle piattaforme in rete, come Airbnb e Booking. Dal punto di vista dei diretti interessati, una novità che non fa i conti con la realtà: sono pochissimi o inesistenti, infatti, quelli che affittano senza ricorrere alla visibilità garantita dall’intermediazione dei portali web.

L’Aigab (Associazione Italiana Gestori Affitti Brevi) ha attaccato l’ipotesi di aumento della tassa come una “patrimoniale”, che colpirebbe “mezzo milione di famiglie italiane colpevolizzate perché proprietarie di una seconda casa da cui ricavano un reddito integrativo”. Non del tutto a torto, bisogna dire. Perché in effetti l’attività degli “host” rientra nella categoria della rendita da patrimonio.

I dati

Poi, sul piano statistico, non tutte le “famiglie” attive sono titolari di un solo secondo immobile: i 350 mila presenti su Airbnb, ad esempio, affittano in media non una, ma 2 unità abitative ciascuno. Sempre restando al campione offerto da Airbnb, che è il vettore principale, negli ultimi sette anni il prezzo medio di un affitto è incrementato del 50%, arrivando a generare attualmente un ricavo complessivo di quasi 9 miliardi di euro. Rispetto alla tariffa stabilita dall’affittuario, Booking preleva dal 15 al 18%, mentre Airbnb ne detrae il 3% all’ospitante e una percentuale fra il 14 e il 16% all’ospite. Il fenomeno ha assunto proporzioni tali che ridurlo alla singola famiglia che arrotonda con l’appartamento lasciato vuoto dai genitori, significherebbe fare del moralismo spicciolo. Ingiusto verso i piccoli proprietari ma anche assolutorio verso le multinazionali online.

Il discorso va inquadrato in un’ottica più ampia, di contesto economico generale. Partendo da una premessa: il turismo, in sé, è una risorsa che crea reddito e in quanto tale, com’è ovvio, non può essere condannato. Si inserisce in un circuito che comprende l’edilizia residenziale, ma anche la ristorazione, il comparto aereo, navale, ferroviario e in parte anche automobilistico. Il che presuppone infrastrutture “pesanti”: linee, strade, porti, aeroporti. Con tutto l’inquinamento che ne deriva. L’Italia, inoltre, è caratterizzata dalla marcata concentrazione in alcune città d’arte, sostanzialmente cinque: Roma, Venezia, Napoli, Milano e Firenze.

Tanto che quest’ultima, centro Unesco, ha deciso di dare un giro di vite e porre un limite alla proliferazione di affitti brevi. Tentativo simile l’ha fatto Sirmione, sul lago di Garda, ma in questo caso il Consiglio di Stato ha bocciato la misura, dando agli affittuari di tutt’Italia un’arma per i ricorsi ai Tar nell’eventualità che il capoluogo toscano trovasse ulteriori imitatori. Infine, in base all’attrattività (oggi sovralimentata dal selfie tourism, la celebrità commerciale dei luoghi diffusa tramite i social), il pullulare di hosting si addensa in certe zone, che possono essere quartieri centrali delle città storiche, i lidi più rinomati di certe riviere, o precisi perimetri geografici particolarmente ambiti (il Chianti, per dire). In gergo, si chiama zoning, ed è il termine-chiave per capire il problema di fondo, che si ha non a causa del turismo ma quando, in un posto, c’è solo turismo. Il nostro Paese è “invaso” da un numero minore di ammiratori delle nostre bellezze rispetto ad altri ad alto tasso, scusate la parolaccia, di turistizzazione. Il 40% in meno della Spagna, per esempio. Di qui la litania, trasversale in politica, di valorizzare di più il “petrolio” italiano.

Perché il turismo non è un’industria

Il fatto è che il turismo non è un’industria. Non produce nulla: si limita a far alzare il valore di mercato di ciò che c’è già. Come ogni rendita, vive appunto di una rendita: il passato. Nel nostro caso, il passato storico, artistico, archeologico e, tornando ai titolari di case e piattaforme, immobiliare. Cosa che, come devastante effetto a catena, ha la semi-sparizione degli affitti medio-lunghi, cioè quelli normali, per nuove famiglie, studenti e single, con relativo aumento delle locazioni. Dà lavoro a un ben identificato indotto (ristoranti, bar) dove, anche lì, la brevità, sul piano contrattuale, la fa da padrone. Dovrebbe imporre un’implementazione, che non c’è o è al di sotto delle esigenze, di servizi pubblici efficienti, a cominciare dai collegamenti tra zone geograficamente distanti, proprio per evitare gli ammassamenti. Insomma: se si punta sul turismo come fonte trainante di profitto, significa che non si ha più molto altro su cui puntare. Si ragiona pietrificando il presente e cercando di sfruttarlo il più possibile.

Senza lungimiranza, come fanno i rentier. Venezia iniziò a campare di visitatori stranieri nel Seicento, allorché la decadenza era ormai inarrestabile, allungando il carnevale fino a sei mesi. Oggi di veneziani di laguna non ce ne sono quasi più, ridotti appena a 50 mila a fronte a un’alluvione di oltre 20 milioni di turisti all’anno. L’Italia, fra sterilità demografica, impoverimento del suo nerbo di piccole e medie aziende, emigrazione di giovani all’estero e, come si è visto, cecità totale della politica (compresa quella che declama ogni due per tre la parola “patria”), rischia di fare la stessa fine: svenduta al miglior offerente.

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