Muovono le loro zampette avanti e indietro, seduti accanto ai registratori di cassa dei negozi, per “chiamare” i clienti o augurare buona sorte. Spuntano dalle estremità di borse e zaini, insieme a chiavi e altri ciondoli. Appaiono sopra le t-shirt nelle pose più buffe, occupano le copertine dei romanzi e sono protagonisti di cartoni e serie televisive. In Giappone i gatti sono venerati come delle vere star. Poco importa se stiamo parlando di gadget di plastica – in primis dei famosi portafortuna maneki-neko – o di mici reali: tutti i gatti, qui, contribuiscono a creare una sorta di febbre nazionale.
In questo Paese asiatico sistono templi ad hoc per idolatrarli e ci sono persino intere isole dove il numero di questi felini supera quello degli esseri umani. A Tashirojima, prefettura di Miyagi, in poco più di tre chilometri quadrati vivono una cinquantina di abitanti e oltre 100 felini; ad Aoshima, prefettura di Ehime, si contano invece 120 bestiole per appena cinque persone.
Nel 2023, intanto, il numero complessivo dei gatti posseduti dagli oltre 125 milioni di giapponesi ha superato la soglia dei 9 milioni: +232mila rispetto al 2022, addirittura 2,2 milioni in più rispetto ai cani in caduta libera (-209mila).
Tra leggenda e marketing
Da dove nasce l’ossessione del Giappone per i gatti? È un mix tra cultura, antiche credenze nazionali e un bel po’ di marketing.
Prendiamo la storia del tempio buddista di Gotokuji, il “tempio dei gatti” situato nel quartiere suburbano di Setagaya, nel Sud-Ovest di Tokyo. Secondo la leggenda, durante il periodo Edo (siamo nella prima metà del 1600) un signore feudale, tale Naotaka Ii, stava tornando a casa dopo una giornata di caccia.
Arrivato nei pressi del Gotokuji, un gatto lo avrebbe salutato da lontano, invitandolo all’interno del tempio. Il nobile entrò nel tempio e iniziò a parlare con un monaco. Proprio in quel momento scoppiò una fragorosa tempesta che avrebbe potuto ucciderlo nel caso in cui avesse proseguito il suo viaggio.
Naotaka considerò l’incontro con il felino una sorta di prova divina di come quel tempio fosse protetto da un gatto fortunato. Decise quindi di finanziare di tasca propria il rinnovamento del sito. Dopo la morte del signore feudale, avvenuta nel 1659, fu eretto un piccolo santuario vicino al tempio per commemorare il maneki-neko che salvò Naotaka.
I fedeli iniziarono a decorarlo con statue di gatti, finché i commercianti, nell’epoca Meiji (1868-1912) non iniziarono a vendere queste statuette fuori dal cancello del tempio. L’avvento dei social network avrebbe fatto il resto. L’epopea del “gatto che saluta” sarebbe insomma iniziata così.
La febbre dei gatti
I maneki-neko hanno avuto un profondo impatto culturale. Sono ormai diffusi in tutto il mondo, e adornano spesso gli scaffali di negozi, ristoranti, case, uffici e i cruscotti delle auto e, senza volerlo hanno amplificato il ruolo dei gatti.
Il Giappone, del resto, ha dato alla luce fenomeni pop come Hello Kitty e Doraemon, che hanno riscosso un enorme successo mondiale.
C’è però chi ha ipotizzato come la passione nipponica per i gatti possa derivare da ben altro: non da portafortuna, leggende o personaggi di manga/anime, bensì dal modo di vivere degli stessi felini.
Il Giappone è un Paese conformista, dove le persone sono solite seguire le norme sociali, prendono sul serio il lavoro e ambiscono ad una sorta di auto-miglioramento senza fine. I gatti, al contrario, sono liberi di fare quello che vogliono, quando vogliono; vivono in maniera rilassata e si abbandonano a numerosi pisolini senza guardare alcun orologio che non sia quello del loro corpo.
Quello dei gatti, hanno scritto i media nipponici, potrebbe insomma essere il modello di vita al quale ambiscono i giapponesi in un’epoca caratterizzata da crescenti incertezze e pressioni.