La Nike sembra aver rifiutato di effettuare una personalizzazione di un paio di scarpe con la scritta “free palestine”, appellandosi alle linee guida dell’azienda. L’immagine della mail in cui viene comunicato il rifiuto da parte del brand ad un certo Laurence, per ora non identificato per poter chiedere conferma, ha fatto il giro di X e dei vari social, indignando molti utenti. Gli attivisti filo-palestinesi, in particolar modo, hanno utilizzato la condivisione sui social per invitare a boicottare il marchio.

Nella mail dall’oggetto “abbiamo dovuto annullare il tuo orine Nike By You”, il testo recita “Ciao Laurence, le tue scarpe hanno un testo con cui non possiamo lavorare. Valeva la pena provarci, ma va contro le nostre linee guida”. Nel testo non è esplicito quale fosse lo slogan rifiutato, sono stati gli attivisti a scrivere nella caption quale fosse la frase in questione. Il messaggio utilizzato è sempre lo stesso: “@Nike REFUSES TO CUSTOMIZE SHOES WITH ‘FREE PALESTINE’”.

Qualcuno, sotto i vari post di X in cui l’immagine è stata ricondivisa, ha obiettato affermando che i caratteri con cui poter personalizzare le scarpe sono limitati e che fosse questo il motivo del rifiuto. Ma non è questo il caso. Andando sul sito e provando a modificare con la funzione Nike By You è possibile tranquillamente inserire la dicitura “free palestine” senza superare i caratteri consentiti. Questo accade, però, solo con alcuni modelli di scarpe. Perciò è plausibile che qualcuno abbia portato a buon fine la richiesta ed è plausibile che la Nike si sia rifiutata di effettuarla. Ma allora qual è vero il motivo del rifiuto?

Le condizioni di vendita Nike in merito alle personalizzazioni specificano che si riservano “il diritto a nostra discrezione di rifiutare un ID, ad esempio perché contiene un marchio di proprietà di terzi, o i nomi di squadre sportive, atleti o celebrità che voi (o NIKE) non avete il diritto di utilizzare, o perché consideriamo il suo contenuto non appropriato. Nel caso in cui il vostro ID sia rifiutato ve ne daremo comunicazione appena possibile a mezzo e-mail”. Inoltre, l’ID personale può essere respinto “nel caso in cui contenga una delle seguenti voci: Potenziale violazione di marchi o dei diritti di proprietà intellettuale; Turpiloquio; Gergo inappropriato; Contenuti offensivi o discriminatori; Contenuti che potrebbero istigare alla violenza”. Finora, però, “free palestine” potrebbe rientrare come “contenuto non appropriato”. Contattando la chat online, abbiamo provato a chiedere se ci sono casi specifici in cui vengono rifiutate personalizzazioni sulle scarpe. La risposta ricevuta è stata “Non si preoccupi. Non esistono casi del genere”.

La Nike è stata recentemente oggetto di polemiche in relazione ad un paio di scarpe personalizzate con la bandiera israeliana. In quel caso, però, si trattava di un fake. Nike ha dichiarato a Reuters che non si trattava di un prodotto ufficiale. Infatti, si è scoperto che la bandiera era stata successivamente dipinta su un paio di Nike Air Force 1 bianche da un noto artista, PNT by Ray, che fa personalizzazioni su richiesta. PNT by Ray ha inoltre dichiarato a Reuters di non essere affiliato con Nike e che il lavoro era stato svolto per lo scrittore britannico-israeliano Michael Dickson.

Questo episodio ci dà un assaggio di quelle che sono le difficoltà che un’azienda deve affrontare soprattutto quando si affrontano questioni politiche e sociali polarizzanti. E il rischio di boicottaggio è dietro l’angolo.

Le campagne di boicottaggio

Dall’inizio della guerra, uno dei temi affrontati sul web è stato proprio riguardo i marchi da boicottare per sostenere la Palestina in questo conflitto, che ha accresciuto la sensibilità riguardo le azioni e dichiarazioni di diverse imprese. Difatti, gli attivisti sostengono che il rifiuto della Nike rifletta una tendenza che accomuna tutte quelle aziende che prendono posizioni su questioni politiche e sociali. Questo episodio ha solo alimentato ciò che molte persone stanno facendo già dall’inizio del conflitto, boicottando tutte le aziende, marchi e prodotti che direttamente o indirettamente appoggiano Israele.

Infatti, se durante la guerra in Ucraina molti noti marchi l’hanno sostenuta apertamente, nel caso del conflitto in Medio Oriente gli stessi si sono astenuti. È vero anche che le sfumature storiche di questo conflitto sono particolari e mettono in difficoltà molte aziende, che preferiscono non farsi coinvolgere. La realtà è che gli interessi della maggior parte delle aziende riguardano più che altro la reputazione e la fidelizzazione e, ovviamente, i profitti. D’altro canto, ci sono brand specifici che sostengono Israele, e già prima di ottobre 2023 l’Onu aveva fornito un aggiornamento in merito.

Nei confronti di Israele esiste da anni una campagna di boicottaggio, coordinata dalla Rete BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), temuta a tal punto da Israele da accusare i suoi coordinatori di “terrorismo”. La BDS è una campagna globale lanciata nel 2005, ispirata al movimento anti-apartheid sudafricano e lavora per porre fine al sostegno internazionale all’oppressione dei palestinesi da parte di Israele e fa pressione su quest’ultimo affinché rispetti il ​​diritto internazionale. Diverse sono state le campagne di boicottaggio nei confronti di noti marchi. Ecco alcuni esempi: Carrefour, accusata di essere complice per aver donato migliaia di pacchi personali all’esercito israeliano; Puma, che sponsorizza l’Associazione calcistica israeliana; Starbucks che sponsorizza raccolte di fondi per Israele; Hp (Hewlett Packard), invece, aiuta Israele a limitare gli spostamenti dei palestinesi fornendo un sistema di identificazione biometrico; McDonald’s, che allo scoppio della guerra dichiarò di elargire pasti gratuiti ai soldati israeliani scatenando l’ira delle filiali arabe. E la lista è molto lunga.

Non c’è, sembra, nessun motivo di credere che Nike sostenga Israele, motivo per cui non viene citata nelle molte campagne di boicottaggio in corso nei confronti di brand che sostengono lo Stato ebraico. Piuttosto, sembra trattarsi di un brand che prova solo a salvarsi da possibili attacchi, provando a stanziarsi nel limbo dell’ignavia.

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