La prolungata guerra a Gaza e le azioni militari in Medio Oriente hanno gradualmente creato una frattura tra Israele e una parte dell’opinione pubblica europea. Da un lato ci sono le ragioni di Tel Aviv, la guerra contro Hamas e l’Iran. Dall’altra troviamo una nutrita fetta di società civile sempre più critica in merito alle soluzioni messe in campo dal governo guidato da Benjamin Netanyahu.
In mezzo a questi due estremi c’è un tema, il turismo, che pochi hanno fin qui analizzato a dovere ma che, nel medio-lungo periodo, è destinato a ridefinire parte dei rapporti diplomatici tra lo Stato israeliano e i vari Paesi membri dell’Unione europea.
Il ministero del Turismo israeliano ha infatti scelto di cambiare “bersaglio” delle sue strategie promozionali; non più i turisti europei, molti dei quali scesi in piazza per protestare all’indirizzo di Netanyahu, bensì potenziali visitatori asiatici.
È l’Asia, almeno nelle speranze di Tel Aviv, il nuovo serbatoio dal quale Israele intende attingere sempre di più per rianimare la propria industria turistica, uscita a pezzi dalle ultime vicende sopra descritte. Non è un caso che il direttore generale del ministero del Turismo israeliano, Michal Yitzhakov, abbia scelto di riassegnare i budget originariamente destinati alla promozione del turismo europeo nello Stato ebraico per attrarre il turismo proveniente da Estremo Oriente e India.

In Israele turismo a picco
“Al momento registriamo circa un milione di ingressi turistici all’anno. Ma un terzo di questi non sono turisti, sono persone in visita ai familiari. Al suo apice nel 2019, Israele ha accolto 4,9 milioni di turisti. Anche per gli eventi della Pride Week, che un tempo attiravano folle internazionali, l’affluenza è stata bassa: quest’anno è diventato un evento esclusivamente locale”, spiegava Yossi Fattal, direttore dell’Incoming Tour Operators Association, a Ynetnews lo scorso settembre.
Il danno che la guerra a Gaza ha provocato al settore turistico israeliano è enorme. Basta dare un’occhiata ai dati e sapere che il turismo in entrata, prima dei fatti del 7 ottobre, era il quinto settore di esportazione di Israele, generava circa 10,7 miliardi di dollari e rappresentava il 7% delle esportazioni nazionali. Ebbene, nel momento in cui scriviamo questa cifra è ora scesa ad appena il 2%.
“Città come Tiberiade, Nazareth e Safed non avrebbero un’economia senza turismo”, ha sottolineato lo stesso Fattal, aggiungendo che il problema non riguarda solo la sicurezza di Israele ma anche la sua immagine globale. “La reputazione internazionale è una risorsa strategica per qualsiasi Paese”, ha puntualizzato.

Il serbatoio asiatico
Il governo Netanyahu ha stanziato circa 150 milioni di dollari nel suo bilancio 2025 al ministero degli Esteri per affrontare, o quanto meno mitigare, la crisi. Secondo gli esperti del settore si tratta tuttavia di una somma enorme ma del tutto inefficace.
Yitzhakov ha così illustrato al quotidiano Yedioth Ahronoth un cruciale cambio di registro da parte del suo Paese. “Non serve fare marketing per un pubblico che non ci vuole. Fino al 7 ottobre 2023 ci consideravano un Paese sicuro e interessante. Da quel momento in poi gli europei non hanno più voluto venire e non ha senso insistere”, ha dichiarato.
E allora? Considerando che “il 50% della popolazione mondiale si trova nelle Filippine, in India e in Cina”, Israele cercherà di rivolgersi a quei potenziali viaggiatori. “Israele non è senza opzioni”, assicurano dal ministero del Turismo. Intanto però l’emorragia turistica è evidente. Se nel 2019 il Paese aveva attratto quasi 5 milioni di visitatori, il 2025 si chiuderà con un bilancio quattro volte inferiore: 1,3 milioni di arrivi.


