“Pioveva da giorni ininterrottamente”. Dalla finestra di casa sua a Saint-Marcel vide all’improvviso Nus, il paesino confinante, venire divorato dal fiume. Niente più acqua nei tubi, energia elettrica nei cavi di casa.

Alluvione degli anni 2000 in Val d’Aosta: Alessandro Mastrandrea, nato a Torino nel 1990, aveva 10 anni. “Ricordo che mio padre mi avvertì: dovevamo lasciare la casa perché eravamo sulla traiettoria d’esondazione e metà del nostro paese poteva essere spazzata via. Dopo l’evacuazione degli sciacalli cercarono di entrarci in casa. Terribile. Passavamo le notti in alta quota aspettando che scendesse la neve” che non ingrossa i torrenti. “Non ci sono state vittime grazie a due eroi che, mettendo a rischio la loro vita, hanno continuato a rafforzare l’argine”.

Da allora il senso di impotenza davanti ad eventi naturali catastrofici a Mastrandrea è rimasto, insieme alla sensazione che non si poteva più essere distratti, impreparati. Vent’anni dopo le sue paure dell’epoca sono andate a finire nel posto giusto: le ha riposte fondando Portale Sopravvivenza,

“una risorsa dove trovare contenuti di pura utilità pratica”, progetto nato nel 2013 “con l’obiettivo di aiutare tutte le persone che vogliono sapere come affrontare le emergenze della vita reale”. La storia del portale assomiglia al suo autore, che ha inciso nella memoria d’infanzia quel dramma preciso che gli ha dato “la vaga idea di come agire quando capita qualcosa di inatteso, brutale, inevitabile”.

“Che devo fare?” Molti italiani in questi mesi lo hanno chiesto al ragazzo che continua a vivere tra quelle foreste del nord, che con quella vicenda funesta ha pareggiato i conti diventando “prepper”. Dileggiati da sempre come catastrofisti, derisi ed emarginati per la maggior parte del tempo, i prepper sono esperti di tecniche di sopravvivenza e difesa, i “preparati” in caso di crisi climatica, sociale, finanziaria.

L’Italia in panico da coronavirus si è ricordata di loro. Come nei grafici della diffusione del virus, anche Mastrandrea ha registrato picchi: quelli delle visualizzazioni al suo sito che prima interessava a pochi. “Migliaia di persone hanno cominciato a cercare informazioni su come sopravvivere, acquistare prodotti, maschere antigas, dispositivi di protezione”. L’algoritmo lo ha fatto saltare in cima nei motori di ricerca nell’era Covid-19. “Una volta acquisito il know-how ho pensato di metterlo a disposizione degli altri” dice Alessandro, che prima di parlare, ha una richiesta sola: “non voglio essere associato ad esaltati con dubbia capacità di discernimento tra realtà e fantasia”.

I prepper non sono solo mitomani, milionari dalle case trasformate in atolli anti-atomici, collezionisti compulsivi di carta igienica come qualche protagonista del documentario che National Geographic ha dedicato al movimento.

Oltre gli stereotipi e le caricature

Perfino nei boschi di New York, città del Paese funestato dagli uragani Katrina e Sandy, all’addestramento da prepper si registrano profili disparati. Un pompiere, un procuratore, una professoressa universitaria, un informatico rimangono intenti a diffondere la filosofia pratica del “survivalismo” in attesa del doomsday, il giudizio universale che ognuno può sperimentare in scala minore.

Non solo uomini, anche nazioni. Affezionati alle scorte che non hanno mai smesso di accumulare, – a differenza degli altri siderali Stati confinanti -, sono i finlandesi, invidiati oggi da un’Europa che ha pagato cara la carenza di medicinali e mascherine. Helsinki, dall’ultimo conflitto bellico, non ha mai smesso di affastellare montagne di cereali, strumenti protettivi e materiali grezzi per produrre munizioni: “la Finlandia è la prima “nazione prepper” tra le nordiche, sempre pronta a fronteggiare un’enorme catastrofe o la Terza Guerra Mondiale” ha detto Magnus Hakenstad, Istituto norvegese di Studi della Difesa, intervistato dal New York Times.

In questi mesi, dice Alessandro, “mi ha spaventato la mancanza di coscienza civica, la corsa frenetica ai beni di prima necessità, il limbo percettivo della psicosi collettiva”, la vista degli scaffali nei supermercati, vuoti come le menti sgretolate di alcuni, prive di pensieri razionali. Tutto era già accaduto in proporzioni diverse: nel 2003 con la Sars, nel 1918 con l’influenza spagnola. Forse “è necessaria una riflessione sulla capacità di freddezza e risolutezza negli eventi estremi”. Le scorte erano sempre al centro delle domande che gli italiani gli ponevano tutti i giorni, ma “Non si diventa prepper durante un’emergenza: le strategie di cui parlo sono preventive, nel momento in cui si verifica l’evento, si deve già avere la risposta”. Quanti sono i prepper in Italia non si sa e non si può nemmeno calcolare: “è più una filosofia, una sensibilità, molti prepper non sanno nemmeno di esserlo. Vuol dire solo mettere in atto strategie e tattiche per proteggersi in situazioni di disagio. Non vuol dire necessariamente avere una soluzione, ma avere la giusta mentalità per non soffocare di paura”.

Prima l’isolamento, poi la riapertura in giorni di fobie potenti e selvagge, momenti in cui è stato difficile per i media disinnescare la carica virale di messaggi incoerenti e contraddittori. In crisi è andato il sistema immunitario e sanitario del Paese, insieme a quello nervoso:“Non pensavo ci volesse così poco per mandare in frantumi la stabilità emotiva del Paese” dice Alessandro.

In attesa dell’emergenza. La propagazione di un virus “era uno scenario abbastanza chiacchierato tra i prepper nell’ultimo periodo. Una settimana prima del boom di contagi in Cina, uno studio della John Hopkins University analizzava il pericolo di una pandemia da Corona”. Proprietario di una piccola agenzia di marketing, riflette: “Questa situazione si abbatte come una scure su tutti noi, figli dell’incertezza. Non è dato sapere quando e se ci riprenderemo. Ma rimaniamo pronti ad affrontare la stasi, operiamo tutti perché il periodo sia più breve possibile. Nessuno di noi, escludendo gli anziani, aveva mai sperimentato una situazione di questo tipo. Abbiamo imparato, anzi ricordato, come siamo fragili: fragile il sistema economico, sociale, ma ancora prima quello valoriale. Accade per l’inconsistenza delle nostre visioni, sempre contingenti, mai a lungo termine. Forse questo periodo è stato necessario per ritrovare direzione, compattezza. Almeno mi piace sperarlo” conclude.

Davanti all’impietoso panorama di psicosi emerse, voghe transitorie a parte – il prepping è la nuova fede della Silicon Valley -, tracciando l’emergere del movimento dei prepper che si diffonde veloce come il virus, qualcuno sulla stampa americana ha già avuto il coraggio di confessare: “Ero abituato a prendermi gioco di loro. Ora ne faccio parte”.


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