Il copione si ripete: armi puntate contro la folla per soffocare la libertà di espressione. Nel silenzio quasi totale dei media internazionali si acuisce la crisi in Nicaragua. Appare ormai incolmabile la distanza tra il popolo nicaraguense che invoca la democrazia e il regime di  Daniel Ortega che prova a difendere il perimetro del suo potere.

Lo scorso 30 maggio l’ennesimo corteo pacifico è stato represso nel sangue. Il bilancio fornito dal Centro Nicaraguense per i Diritti Umani (Cenidh) parla di almeno 11 morti e 74 feriti, che si aggiungono alle 82 vittime delle precedenti manifestazioni di piazza iniziate lo scorso 18 aprile.

Questa volta i fucili sono stati puntati contro le “Madri di Aprile”, così sono state soprannominate le donne che hanno perso i figli durante le mobilitazioni di primavera. Orfane della loro prole hanno indetto una veglia collettiva, l’ennesimo grido per chiedere diritti e democrazia per tutti.

Anche Papa Francesco durante l’Angelus ha rinnovato l’appello alla pace: “Mi unisco ai miei fratelli vescovi del Nicaragua – ha detto il Santo Padre – nell’esprimere dolore per le gravi violenze, con morti e feriti, compiute da gruppi armati per reprimere proteste sociali”.

A ferro e fuoco le città, cenere e distruzione nell’Indio Maìz, il più grande parco naturale del Paese dove sono andati distrutti oltre 5 mila ettari. In Nicaragua si spara da sei settimane e la strage continua. “Il 30 maggio nel Paese si celebra la ricorrenza della ‘Festa della mamma’ è stato un giorno particolare, diverso da tutti gli altri. Le ‘Madri di Aprile’ avevano annunciato la marcia per le strade di Managua in memoria dei loro figli e chiedendo giustizia. In poche ore al loro fianco c’erano organizzazioni della società civile, camere di imprenditori, università, movimenti contadini e sociali, famiglie. Tutti eravamo vestiti a lutto per condannare la violenta repressione governativa che da settimane sta trascinando il Paese nel baratro”, racconta un cooperante italiano che preferisce rimanere anonimo per paura di ritorsioni.

Ancora una volta il governo del presidente Daniel Ortega e della moglie Rosario Murillo ha reagito con la forza, incapace di ascoltare il suo popolo. “Immediatamente è stata organizzata una controdimostrazione sandinista ai piedi del monumento del defunto dittatore venezuelano Hugo Chàvez, fedele amico e finanziatore di Ortega, lanciando proclami violenti attraverso i mezzi di comunicazione che il regime controlla quasi del tutto”, racconta il cooperante. Alle 3 del pomeriggio una marea umana ha invaso pacificamente Managua, più di 600 mila persone di tutte le età hanno accompagnato le ‘Madri di Aprile’ in un silenzioso corteo. Una processione lunga cinque chilometri in cui sventolavano le bandiere bianco-azzurre del Nicaragua, in alto gli striscioni per chiedere la fine della repressione violenta e giustizia per le vittime. Al successo dell’iniziativa ha fatto eco l’irritazione del governo Ortega.

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“Nel frattempo, alla contromanifestazione voluta dal presidente, nonostante si fosse mobilitato l’intero apparato statale, non si contavano piú di 15 mila persone. Il nervosismo di Ortega era tangibile e, purtroppo, le sue minacce si sono tradotte nei fatti”, aggiunge il cooperante. Cecchini, polizia e gruppi armati legati al governo sandinista hanno attaccato e sparato contro la folla disarmata delle ‘Madri di Aprile’. C’è stato un autentico massacro. Tra gli 11 morti un ragazzo di 15 anni che camminava vicino a sua madre, tra le decine di feriti raggiunti da proiettili anche un neonato di 10 mesi. Altra violenza si è registrata nella città di Estelí e Masaya.

“Il Nicaragua è ripiombato nel terrore-racconta il volontario italiano- fino a tarda notte i paramilitari sandinisti e la polizia hanno pattugliato Managua e altre città del paese, sparando a qualsiasi ombra si spostasse”. Dopo le ultime violenze appare sempre più in bilico il tavolo della mediazione coordinato dalla Conferenza episcopale nicaraguense al fianco del Consiglio Superiore delle aziende private (Cosep) e del movimento studentesco autoconvocato, anima dell’opposizione.

Le armi erano ancora calde quando tutti i vescovi del Paese centroamericano hanno firmato un documento che contiene la dura presa di posizione della Chiesa: “Noi vescovi condanniamo tutti questi atti di repressione da parte di gruppi vicini al governo e vogliamo mettere in chiaro che non si può riaprire il tavolo del Dialogo nazionale mentre si continua a negare al popolo del Nicaragua il diritto a manifestare liberamente, e si continua a reprimere e a uccidere”.

Uno stallo destinato a pesare nel difficile percorso per arrivare a una effettiva democratizzazione del Nicaragua. “La Chiesa è sempre per il dialogo, ma questo richiede l’impegno fattivo a rispettare la libertà, e prima di tutto la vita”, ha ribadito papa Bergoglio. Nelle scorse ore il Parlamento europeo ha condannato la “brutale repressione e l’intimidazione dei pacifici manifestanti in Nicaragua” e sollecitato elezioni “credibili”. Con 536 voti favorevoli, 39 contrari e 53 astensioni, gli eurodeputati hanno sottoscritto una risoluzione che chiede l’immediato ripristino della libertà di espressione. L’aula di Strasburgo ha poi chiesto all’Unione europea di sollecitare il governo nicaraguense a consentire un’indagine internazionale, indipendente e trasparente per perseguire i responsabili delle violenze contro i manifestanti.

“Speriamo che sul Nicaragua si accenda per davvero una luce internazionale” conclude il cooperante “stando qui la sensazione è che il mondo ci osservi inerme. Nessuno sembra avere una soluzione”.