Protetto dalle lamiere di una baracca uguale a tutte le altre El Mago, un ragazzo di 20 anni, sta preparando “los morteros”. “I mortai ci aiutano a respingere il nemico, vale a dire poliziotti e militari fedeli al regime di Daniel Ortega“, spiega.

Gli occhi nascosti da un paio di occhiali da sole, sulla bocca un fazzoletto rosso per proteggersi dalle sostanze esplosive che maneggia ormai con una certa abilità, tanto da essere stato soprannominato “il mago”. Ha perennemente le dita sporche di polvere blu a causa della miscela di clorato di potassio unita a carbonio, zolfo, alluminio e sabbia che infila dentro ai tubi di metallo. Sono questi gli ingredienti che l’opposizione usa per fronteggiare la repressione delle forze filo-governative.

“In Nicaragua i mortai fatti in casa li sanno costruire tutti. Da decenni vengono usati durante le mobilitazioni, ma è vero che nelle ultime settimane la domanda di materiali per realizzare queste ‘bombe’ artigianali è cresciuta a dismisura”, aggiunge El Mago. La miscela, una volta pronta, viene inserita nel tubo di metallo chiuso sul retro e unito ad altri due tubi saldati che permettono l’impugnatura.

Quando sono accesi, i colpi di mortaio esplodono immediatamente, il rumore è assordante e il fumo invade l’aria. “Non sono costruiti per essere letali, certo possono provocare tagli e bruciature, ma niente a che vedere con i fucili Ak e le pistole della polizia. Noi non vogliamo cadere nella trappola della violenza perché non vogliamo dare alibi a Ortega”, racconta El Mago.

Ormai in Nicaragua si combatte da 69 giorni, ovunque, senza tregua. I morti sono 212, l’ultima vittima è un bambino di 15 mesi. Si chiamava Teyler Leonardo Lorillo Navarrete. Capelli ricci, manine paffute. Un proiettile lo ha raggiunto alla testa sabato scorso, mentre era in braccio alla sua mamma nella capitale Managua.

Ormai il Nicaragua non ha più lacrime per piangere i suoi figli, le madri dei ragazzi assassinati continuano a marciare invocando la fine delle violenze. Intanto, i feriti sarebbero più 2mila, ben 500 i prigionieri politici.

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Dallo scorso aprile le rivolte civili hanno preso il sopravvento nel Paese centroamericano. L’esito della crisi socio-politica appare quanto mai incerto. A Masaya, nella baracca de El Mago, si lavora senza sosta. La frenesia è palpabile anche in un altro laboratorio clandestino soprannominato “Artesanos de Monimbó” (artigiani di Monimbó), un chiaro riferimento al quartiere di Masaya che difese la rivoluzione sandinista del 1979, evento che consacrò l’ascesa di Daniel Ortega e il tramonto del dittatore Anastasio Somoza.

Nei corsi e ricorsi della storia, la prospettiva oggi appare nuovamente rovesciata: nei luoghi che diedero appoggio al presidente Ortega adesso si lavora per rimuoverlo. L’area abbonda di materiale esplosivo ed è tappezzata di cartelli con scritto “Vietato fumare”.

Per le strade le proteste assumono la forma delle barricate alzate dai civili per ostacolare le azioni di polizia, mentre ai colpi di arma da fuoco l’opposizione risponde con “los morteros” . “Sono uno strumento di protesta, intimidazione e autodifesa. Nonostante il governo abbia fermato la vendita di polvere da sparo noi riusciamo a reperirla sul mercato nero”, sottolinea El Mago.

Servono 450 córdobas (una quindicina di dollari) per fabbricarne uno. L’insofferenza verso il regime di Ortega continua a crescere dal basso, all’ombra delle baracche, nelle università occupate dagli studenti, tra la classe di intellettuali che formano l’opinione pubblica.

Gli imprenditori non pagano più le tasse da oltre un mese, determinando l’asfissia della casse dello Stato che storicamente si regge sui prestiti oltreché sulla generosità del Venezuela, ora alle prese con una rovinosa crisi umanitaria.

“In Nicaragua non c’è nessun leader della rivolta e questo agli occhi del regime è un fattore spiazzante”, evidenzia El Mago. La sensazione è che oggi il nemico di Ortega sia il Nicaragua stesso, il suo popolo. Allevatori, contadini, accademici, femministe, studenti e imprenditori si sono uniti in una Alianza Cìvica por la Justicia y la Democracia che viene rappresentata dai vescovi al tavolo di trattative con il governo.

La Alianza Cìvica non guida la protesta, poiché le marce in strada sono tutte autoconvocate, ma si fa portavoce delle istanze del popolo: unanime è la richiesta che il presidente Daniel Ortega e la vicepresidente Rosario Murillo, sua consorte, abbandonino il Paese così da poter avviare la costruzione di una democrazia effettiva.

Questo pomeriggio verrà avanzata la proposta di elezioni anticipate a marzo 2019, anziché attendere il 2021. Ma il potere non cede e risponde con una repressione brutale, recentemente condannata dalla Commissione interamericana sui diritti umani. “Ci attende un futuro difficilissimo, quasi certamente drammatico, ma noi ci difenderemo fino alla fine – promette El Mago – vogliamo la pace per il Nicaragua, non la guerra.