Skip to content
Società

New York Times, basta vignette: vince il politically correct

Negli Stati Uniti il politically correct comincia a diventare una questione seria e controversa. Un problema da sradicare, prima che sia troppo tardi. Fino al punto che la stampa liberal-progressista a stelle e strisce va in cortocircuito e si autocensura...

Negli Stati Uniti il politically correct comincia a diventare una questione seria e controversa. Un problema da sradicare, prima che sia troppo tardi. Fino al punto che la stampa liberal-progressista a stelle e strisce va in cortocircuito e si autocensura per paura di offendere qualcuno. Come spiega Federico Rampini su La Repubblica, la direzione del New York Times ha annunciato che “non pubblicherà più vignette politiche nella sua edizione internazionale”. Il caporedattore delle pagine dei commenti, James Bennet, ha sottolineato che “da più di un anno stavamo pensando di allineare l’edizione internazionale con quella nazionale, terminando la pubblicazione di vignette politiche”.

In realtà, la causa è una sola: le accuse di antisemitismo nei confronti di una vignetta finita al centro di una dura protesta da parte dei lettori e di Israele. La vignetta mostrava il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rappresentato come un cane guida con stella di David, tenuto al guinzaglio dal presidente Donald Trump, in versione non vedente e con la kippah in testa. Il Nyt, spiega l’Agi, si era scusato pubblicamente, ammettendo che la vignetta, andata sull’edizione internazionale, “comprendeva cliché antisemiti” e “offensivi”. L’editore del quotidiano liberal, A. G. Sulzberger, ha poi annunciato una serie di iniziative e provvedimenti. “Abbiamo deciso di cambiare alcune procedure”, ha scritto in una lettera ai dipendenti e pubblicata sul giornale, “perché episodi del genere non si ripetano”. Il giornale ha quindi rescisso il suo contratto di collaborazione con il vignettista Heng e il pluripremiato Patrick Chappatte e con la CartoonArts International.

Durissimo era stato l’affondo dell’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Ron Dermer: “Lo stesso New York Times che un secolo fa nascondeva ai loro lettori l’olocausto del popolo ebraico ha reso oggi le sue pagine uno spazio sicuro per coloro che odiano lo stato ebraico”, ha detto Dermer. “Attraverso una narrazione distorta, colonne diffamatorie e fumetti antisemiti, i suoi redattori scelgono vergognosamente, settimana dopo settimana, di dipingere lo stato ebraico come una forza malefica”.

“Una reazione pericolosa”

Come osserva Federico Rampini, un rimedio così drastico ha scatenato a sua volta polemiche. Tra le voci più note a criticare questa decisione c’ è quella di Plantu, il disegnatore satirico di Le Monde . “L’ umorismo, e le immagini che turbano, fanno parte della nostra democrazia”, ha osservato Plantu. Jake Tapper della Cnn ha dichiarato al Daily Beast che il Times ha spinto “solo un altro chiodo nella bara di quella che è una forma d’arte in difficoltà”, mentre i vignettisti hanno definito la decisione “senza coraggio”. “Decisione assolutamente devastante”, ha commentato il vignettista Ted Rall, ex presidente dell’Associazione dei fumettisti americani. “La cosa ironica è che il New York Times raramente pubblica vignette politiche ma la maggior parte delle persone non lo sa e i giornali più piccoli potrebbero prendere come esempio questa decisione ed eliminare un intero genere”.

Per Martin Rowson, opinionista del Guardian, si tratta di una reazione assolutamente eccessiva: “I cartoni animati e le vignette sono stati per secoli la parte più politicamente scorretta e provocatoria dei commenti politici in tutto il mondo e la loro presenza valorizza i giornali distinguendo le democrazie liberali più tolleranti alle tirannie totalitarie più viziose. Come tutti sappiamo, hanno il potere di scioccare e offendere. Questo, in gran parte, è il motivo per cui esistono”. Inoltre, aggiunge, “è il motivo per cui il vignettista turco Musa Kart è in prigione, perché il vignettista malese Zunar ha dovuto affrontare 43 anni di prigione fino allo scorso anno; perché cinque vignettisti sono stati uccisi negli uffici di Charlie Hebdo nel gennaio 2015; perché dozzine di vignettisti britannici – tra cui William Heath Robinson – erano nella lista nera della Gestapo. La decisione del New York Times è particolarmente fastidiosa nella sua inebriante combinazione di vigliaccheria, pomposità, eccessiva reazione e ipocrisia”.

Vince l’ipocrisia politically correct

Come nota Rampini, negli Stati Uniti c’ è una lenta regressione attraverso l’autocensura: questa è strisciante sia a destra che a sinistra. Come ammette il corrispondente di Repubblica, però, il New York Times “nell’abbandonare già da tempo le vignette sull’edizione americana, ha preso atto che anche tra i suoi lettori – per lo più liberal – le sensibilità offese si moltiplicano a dismisura”. Ad onor del vero, il politicamente corretto è l’ultima frontiera della sinistra mondiale ridotta a megafono delle élite, e quindi non c’è affatto da stupirsi che le richieste di censura o limitazioni alla libertà di pensiero provengano perlopiù dai progressisti di tutto il mondo, intimoriti di offendere la minoranza di turno, e non dalle forze conservatrici. Perché come scrive Carlo Freccero su Il Manifesto, essere di sinistra oggi significa “essere politicamente corretti. Accettare il pensiero unico in maniera acritica e credere, presuntuosamente che, in quanto detentrici del pensiero unico, le élites devono guidare un popolo ignorante e rozzo, irritante per la sua mancanza di educazione”. Questo, ovviamente, non riguarda nello specifico il caso della vignetta giudicata “antisemita” ma piuttosto una preoccupante tendenza generale.





Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.