Il giorno in cui Alice Sanderson è entrata in ambulatorio a Manhattan per sottoporsi al test sierologico per il coronavirus, era già certa di quale potesse essere il risultato: “Verso febbraio ho completamente perso il senso del gusto e del fatto, ho avuto febbre, mal di gol e persino la congiuntive: non credo di essermi mai sentita così strana come allora ed è durata per settimane”.

Non aveva fatto, allora, il collegamento con il coronavirus: “Nessuno qui a New York ne parlava, la vedevamo come una cosa lontana. Quando sono stata male nemmeno si pensava alla quarantena”. Con il passare delle settimane e dopo che più di 310mila newyorkesi sono risultati positivi, molti dei quali condividendo gli stessi sintomi di Alice, la supposizione è diventata più forte. “Quando ho fatto il test sierologico e sono risultata positiva ne ho avuto la conferma: e ora vorrei donare il plasma”.

Cosa sta succedendo a New York

Come Alice sono tanti i newyorkesi a caccia degli antibody test, in questi giorni. Se quelli diagnostici, i tamponi, sono più complicati da trovare e da farsi fare, i test sierologici sembrano più semplici da ottenere. Dopo l’accelerata del governatore Andrew Cuomo, che nelle ultime settimane ha promesso che presto tutte le 5,000 farmacie dello Stato di New York ne disporranno di un numero a sufficienza per testare circa 40mila newyorkesi al giorno, la scelta non sembra mancare.

Il problema nasce però sulla credibilità dei test che si trovano. Come per i tamponi, infatti, falsi negativi e falsi positivi sono all’ordine del giorno. Ed è proprio su questo terreno che New York, dopo aver vinto a fatica la battaglia dei ventilatori durante il picco dell’emergenza (seppur con qualche ombra), ora si gioca molto del suo futuro. Secondo uno studio pubblicato lo scorso 24 aprile da un gruppo di ricercatori e medici di University of California San Francisco, University of California Berkeley, Chan Zuckerberg Biohub e Innovative Genomics Institute, infatti, sono ben 14 le tipologie di test disponibili nel Paese, distribuibite anche per gli americani che non lavorano in strutture ospedaliere o per business considerati essenziali. Di queste, però, soltanto tre stanno dando risultati credibili.

“In ogni caso non me la sento ancora di suggerirne uno piuttosto che un altro: le cose stanno cambiando velocemente ed esprimere giudizi definitivi al momento è sbagliato”, Danielle Ompad, esperta epidemiologa e professoressa della New York University, spiega a InsideOver. “Uno dei motivi per cui ci sia così tanta confusione è legato al fatto che stiamo cercando di produrre questi test nel giro di un fazzoletto di tempo molto ristretto”, continua. E per capirlo basta un semplice paragone con la crisi HIV, l’epidemia che ha provocato nel corso degli ultimi quattro decenni ben 700,000 vittime solo negli Stati Uniti: “I test sierologici furono distribuiti quattro anni dopo aver identificato il virus, all’epoca”, ricorda la professoressa Ompad. Nonostante i tempi siano cambiati e l’innovazione medica abbia fatto passi da gigante, “dobbiamo sempre pensare che questi test per il coronavirus abbiano soltanto tre mesi di vita. Per questo, serve attendere per capire”.

I test degli anticorpi sono credibili?

Un newyorkese che oggi vuole sottoporsi a un test sierologico deve seguire poche, semplici regole, ma consapevole del fatto che la confusione su credibilità del risultato finale e costo non manchi. “Mi hanno detto che il risultato è sicuro al 90 per cento, anche se io non penso di essere un caso di falso positivo, visti i sintomi avuti”, spiega ancora Alice.

Per ottenere il test degli anticorpi ci si può rivolgere a una farmacia del proprio quartiere, alla propria assicurazione sanitaria o a un ambulatorio locale. Le condizioni richieste, la maggior parte delle volte, sono di non essere stato vittima di alcun genere di sintomo nei precedenti 14-18 giorni, tempo di cui si presuppone l’organismo abbia bisogno per sviluppare gli anticorpi. Dopo di che ci si può recare in loco e sottoporsi al test: “È stato un semplice esame del sangue, non al dito, ma al braccio e non mi ha fatto male: l’ambulatorio era ancora abbastanza vuoto, per altro, perché sono andata il primo giorno disponibile”, racconta Alice, a cui il risultato è arrivato dopo appena due giorni. Mi avevano detto tra i tre e i cinque, ma mi hanno telefonato prima”.

Nonostante Quest Diagnostics, tra le prime aziende private ad averne annunciato la disponibilità in ognuno dei suoi 2,200 laboratori, abbia indicato un costo di 119 dollari per l’acquisto del test secondo quanto riportato dal The Daily News e da CNBC, l’amministrazione Trump ha precisato nelle ultime tre settimane che a seguito dell’approvazione del CARES Act, anche i test per gli anticorpi dovranno essere gratuiti per tutti. Chi non è assicurato però, anche in ambulatori come quello in cui è andata Alice, il test lo può pagare fino a 55 dollari.

Anche se CityMD, una delle cliniche più conosciute a New York, ha confermato che non verrà applicato alcun extra o copay a chi si sottopone alla visita, sottolineando la credibilità dei suoi test: “Indicano con un’elevata precisione se in passato hai avuto il virus e se hai manifestato o meno dei sintomi” si legge sul sito dell’azienda. I dubbi su certezza del risultato e costo, però, non mancano. Per questo la città di New York ha iniziato un programma per offrire test gratuiti, attraverso il coordinamento con l’azienda BioReference, tramite la quale testerà fino a 5mila persone al giorno, con risultati che verranno dati entro 48 ore. Cinque i quartieri iniziali: Morrisania, East New York, Upper Manhattan, Concord e Long Island City.

Patentino, sì o no?

Questo insieme di fattori, però, è la prova di come, nonostante l’obiettivo finale sia quello di ottenere test sugli anticorpi credibili e gratuiti per tutti, non sempre questi sono garantiti. “Io ho deciso di attendere l’arrivo di test migliori dice ad esempio Rachel Tackett, newyorkese che vive a Brooklyn e che crede di aver contratto il virus a febbraio dopo giorni di assenza di olfatto, tosse e mal di gola. “Sono andata nella mia farmacia e mi hanno consigliato di aspettare perché la tipologia che avevano non era tra le più credibili”.

In ogni caso, al netto di quale sia il test, gli esperti spiegano che risultare positivi non significa essere immuni al virus e che far passare il messaggio opposto non aiuti. “Non credo molto nemmeno nel patentino dell’immunità, è da evitare”, precisa Danielle Ompad di New York University. “Il rischio è di far credere a chi risulta positivo di avere il via libera per fare tutto, quando può non essere così perché il virus forse può tornare, per quanto ne sappiamo ora”.

E la parola chiave è sensibilità: “I test devono ottenere la sensibilità adeguata per capire che le persone siano davvero positive e che gli anticorpi sviluppati siano davvero resistenti al Covid”, dice la dottoressa Ompad. Che continua: “È emerso da alcuni studi che chi abbia contratto il coronavirus abbia subito delle modifiche nella conformazione del proprio sistema immunitario”. Ma non è ancora chiaro quanto l’eventuale immunità duri, “se duri per tutti e se venga generata per tutti coloro che lo hanno fatto: ci sono troppe congetture sul tema”.

Un campione su quattro è positivo, ma…

Il governatore Andrew Cuomo, in due conferenze stampa nel giro di una settimana, ha comunicato recentemente il responso dei primi test degli anticorpi effettuati su due campioni diversi di newyorkesi. Nel penultimo di questi, è risultato che quasi il 25 per cento dei 3,225 abitanti della città di New York abbia contratto il virus: uno su quattro. “Per il campione ci siamo basati sui lavoratori dei negozi di alimentari e abbiamo incluso tra le 100 e le 200 persone a negozio, di diverse etnie, sesso e fasce d’età, per cercare di essere rappresentativi della popolazione adulta nel suo completo”, ha dichiarato a InsideOver Jonah Bruno, Director of Communications del Dipartimento della Salute dello Stato di New York.

Nell’evidenziare come il lavoro sia stato fatto “in coordinamento con catene di negozi alimentari, per accelerare l’andamento dello studio”, Bruno ha spiegato che questo sia “il più ampio ed esaustivo studio condotto fino ad oggi a riguardo: lo scopo era di provare la capacità dello Stato di sottoporre persone al test, di determinare chi ha gli anticorpi e cosa questo significhi per ciascun individuo”.

E ora, tra mille difficoltà, mentre un terzo campione di test ha evidenziato come i positivi nella città di New York siano pari al 19.9%, il focus è sulla distribuzione in larga scala. Persone come Alice Sanderson lo hanno già fatto. Altre come Rachel Tacker, no. Ma la dottoressa Ompad, nell’attendere la pubblicazione di nuovi studi su campioni di persone più articolati, continua a predicare calma: “Per lasciarci alle spalle questa pandemia abbiamo bisogno di un vaccino, di una cura che funzioni in modo sicuro e della conferma che gli anticorpi generino per tutti l’immunità per un determinato periodo di tempo”. In questo momento, precisa, “non abbiamo ancora nessuno di questi tre elementi”.

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