Shiva è  l’antica divinità maschile post-vedica. Per molti è Rudra, l’imprevedibile ed errabondo, il cui nome non si osa pronunciare. Ma è anche Hara, ovvero colui che distrugge. È la potenza fatta divinità. Ma è anche il più grande di tutti gli asceti (Yogiṡvara), colui che è capace di un dominio assoluto ed è eternamente immerso nella beatitudine. Se dovessimo trovare un paragone nella mitologia occidentale, lo troveremmo in Dioniso, come ha evidenziato l’orientalista Alain Daniélou: “Shiva non profferisce il mondo, lo danza”.Ogni anno, in Nepal, si festeggia il Maha Shivaratri, la festa del dio Shiva che, assieme a Vishnu e Brahma forma la Trinità. Il rito in onore di Shiva è ancestrale: ci si immerge nelle acque sacre, si passa la notte a vegliare in preghiera il Liṅga, il simbolo fallico dedicato al dio Shiva. Secondo Daniélou, “il Liṅga è un segno esteriore, un simbolo. Bisogna però considerare che il Liṅga è di due tipi, esterno e interno. L’organo rozzo è esterno, quello sottile è interno. Le persone semplici venerano il Liṅga esterno e si interessano ai riti e ai sacrifici. L’immagine del fallo ha lo scopo di risvegliare i fedeli alla conoscenza. Il Liṅga immateriale non è percepibile a quanti non vedono che l’esterno delle cose, il Liṅga sottile ed eterno è percepibile solo a coloro che hanno raggiunto la conoscenza”. Il Liṅga ogni tre ore viene cosparso di urina, burro, sterco, latte e latte acido, le cinque offerte care alle vacche. In questo modo – secondo le antiche credenze – il dio rimetterà ogni peccato a chi lo prega.Sono giorni carichi di fede, quelli del Maha Shivaratri. I guru recitano le preghiere, sgranando i loro rosari, mentre i fedeli preparano il Bhang, il cibo preferito da Shiva, che è ottenuto da foglie e fiori di cannabis, che verrà poi distribuito all’ingresso dei templi (l’unico luogo in Nepal in cui è possibile fumare questa droga, messa al bando su pressione degli Stati Uniti d’America nel 1970).